A fine anni 70, Elvis Costello veniva dipinto dalla stampa britannica come il prototipo del giovane arrabbiato e iconoclasta; la quintessenza della new wave autoctona. Ma mai fidarsi troppo delle apparenze. Che l’odiata e amata America esercitasse su di lui un’attrazione irresistibile, lo si capì molto presto. Non solo e non tanto per la scelta di un nome d’arte, Elvis (suggeritogli dal suo manager), che evocava inequivocabilmente quello del Re del Rock and Roll; o per il look, che richiamava esplicitamente quello di Buddy Holly. Né per il fatto che ad accompagnarlo in studio durante le sedute di registrazione del 1° album, My Aim Is True, ci fossero alcuni membri dei Clover, una band californiana trasferitasi a Londra.
Indizi più importanti erano l’inclusione di una versione di My Funny Valentine, standard dell’American Songbook, sul retro del singolo Oliver’s Army; ma soprattutto, nel 1981, la decisione di andare a registrare un intero album di cover, Almost Blue, nel santuario della musica country, a Nashville, affidandone la produzione a 1 dei suoi guru, Billy Sherrill.

Elvis Costello
4 anni dopo, King Of America riprese il filo del discorso ma stavolta con una raccolta di brani quasi tutti inediti, segnando l’inizio di un lungo viaggio americano che da Hollywood – dove quel disco venne registrato nel 1986 – ha portato Costello quest’anno a Cape Fear, nella Carolina del Nord (per incidere una nuova versione del brano che apriva quell’Lp, Brilliant Mistake) dopo tappe intermedie a New Orleans, Oxford e Clarksdale nel Mississippi; Nashville e Memphis.
Sono quelle le stazioni del tragitto mappato da un cofanetto superdeluxe di 6 Cd che allo stesso King Of America, nuovamente rimasterizzato usando i multitraccia originali, aggiunge selezioni dagli altri suoi dischi “americani ” (Spike, The Delivery Man, Momofuku, Secret, Profane And Sugarcane, National Ransom, The River In Reverse inciso insieme ad Allen Toussaint, il Lost On The River registrato da un collettivo di musicisti raggruppati sotto il nome di The New Basement Tapes) ma soprattutto rarità, demo datate metà anni 80, duetti e collaborazioni eccellenti, registrazioni dal vivo e 3 inediti incisi nel 2024, più i 2 brani pubblicati da Costello e T Bone Burnett sotto le mentite spoglie di Howard e Henry Coward alias The Coward Brothers, a seguito di un tris di tour che i 2, armati di sole voci e chitarre, avevano intrapreso in giro per il mondo fra il 1984 e il 1985 (sostando anche in Italia, dove una sera a Firenze scrissero la scanzonata The People’s Limousine, abbinata nel loro unico 45 giri a una rivisitazione di They’ll Never Take Her Love From Me, scritta dal Blind Balladeer Leon Payne ma resa celebre da Hank Williams).
Cantautore, produttore e chitarrista nato in Missouri ma cresciuto in Texas, Burnett non era ancora il Re Mida delle colonne sonore hollywoodiane di O Brother, Where Art Thou?, Cold Mountain, Walk The Line e Crazy Heart, ma era pur sempre un reduce della Rolling Thunder Revue dylaniana di metà anni 70 con un diploma master in roots music guadagnato sul campo: il miglior compagno di viaggio possibile per un album nel quale Costello voleva rinnovare il suo songwriting e cimentarsi nella scrittura di ballate immergendosi nelle acque rigeneranti della tradizione folk, country & western, jazz, rockabilly e rhythm & blues d’oltre Oceano.
Fu T Bone, assistito dal fonico Larry Hirsch, a convincerlo a scarnificare il suono, ad asciugare gli arrangiamenti e a registrare il più possibile in presa diretta, evitando il ricorso massiccio a effetti di studio (a parte un po’ di riverbero) per mettere al centro della scena sonora, davanti a un microfono, la sua voce e la sua chitarra. Fu sempre lui a convocare, agli Ocean Way Studios e ai Sunset Sound Studios di Los Angeles, un cast da sogno di musicisti su cui i 2 avevano iniziato a fantasticare stilando un elenco ideale di nomi, brano per brano, durante un viaggio aereo transoceanico in direzione di Australia e Giappone. Con Robbie Robertson e con Ry Cooder non si concluse nulla, ma nelle fila dei “Confederates” (come decisero ironicamente di battezzare quel gruppo di musicisti) riuscirono ad arruolare nomi che a Elvis facevano tremare i polsi: fra questi il bassista Jerry Scheff, il batterista Ron Tutt e James Burton, maestro della Telecaster e chitarrista dal tocco straordinario, già membri della leggendaria TCB Band di Elvis Presley di fine carriera; e turnisti dal pedigree infinito come il batterista Earl Palmer (fedelissimo di Little Richard) e Ray Brown, contrabbassista jazz presente in miriadi d’incisioni storiche di Dizzy Gillespie e Charlie Parker, Duke Ellington e Oscar Peterson.

C’erano anche Jim Keltner, collaboratore di John Lennon e di George Harrison, di Bob Dylan e di Joe Cocker, nonché la sezione ritmica che Costello aveva ascoltato nei dischi di Hall & Oates: “T-Bone” Wolk al basso elettrico (ma anche alla chitarra e alla fisarmonica) e Mickey Curry alla batteria, più un paio di musicisti del giro di Tom Waits, il sassofonista Ralph Carney e il percussionista Michael Blair, oltre al pianista Tom Canning e a Mitchell Froom, impegnato all’organo Hammond B-3 e di lì a poco richiestissimo anche come produttore.
I nomi giusti, anzi perfetti, per il suono rustico, un po’ old style e prevalentemente acustico che Burnett e Costello avevano in mente. Deciso, quest’ultimo, a cambiare stile e immagine (sfoggiando barba e baffi in copertina, anche se non tutti capirono l’intento ironico di quella foto in bianco e nero che lo ritraeva con una corona tempestata di diamanti in testa) e a mostrarsi per quel che veramente era, tanto da presentarsi per la prima volta nei crediti con il suo vero nome, Declan Patrick Aloysius MacManus, oltre che come “Little Hands Of Concrete ”, piccole mani di calcestruzzo: l’appellativo scherzoso inventato dal suo 1° produttore, Nick Lowe, per la facilità con cui rompeva le corde della chitarra. Se non fosse stato per le insistenze del manager e della casa discografica il vecchio nome d’arte non sarebbe comparso da nessuna parte, ma alla fine si trovò un compromesso attribuendo la titolarità del disco a un fantomatico “Costello Show ”.
«La differenza principale tra i musicisti americani e quelli inglesi è che i primi ti chiedono come finire un pezzo e i secondi come cominciarlo», ha dichiarato una volta il cantautore londinese nel tentativo di spiegare in quale modo i suoi nuovi accompagnatori avessero affrontato le composizioni che il coproduttore David Miner aveva trascritto su spartito per loro. Suonarono in scioltezza e senza patemi d’animo quel mazzo di canzoni, che fra velate confessioni autobiografiche e narrazioni abilmente romanzate rivelavano molto più del solito senza nascondersi sotto metafore nebulose e i soliti, acrobatici giochi verbali costelliani.
Sottolineata dalla fisarmonica cajun del texano Jo-El Sonnier, American Without Tears sviluppava la sua trama attingendo alle confidenze che Costello aveva raccolto un giorno dalle ex mogli di 2 G.I. americani, comparando le sue esperienze in tour a quanto suo nonno gli aveva raccontato della New York degli anni 20. Al centro di quel brano, così come della delicata cantilena di Our Little Angel e del frenetico country & western di Glitter Gulch (con Burton al dobro) c’era quello che lo stesso autore identificava come l’unico, vago tema unificante del disco: il concetto di esilio e di fuga, «un senso di simultanea attrazione e repulsione nei confronti di un ideale», di un popolo che ti versa la Coca-Cola nel bicchiere come fosse “un vino d’annata ” e di un Paese intrinsecamente contraddittorio i cui viali sono zeppi di sogni infranti (Brilliant Mistake).

La folk song Little Palaces (Costello vi suonava chitarra acustica e mandolino con il solo accompagnamento del contrabbasso di Scheff) era uno sfogo passionale, spontaneo e abrasivo; mentre Indoor Fireworks, catturata su nastro dopo una sola take, lamentava con dolente sincerità lo sgretolarsi di un rapporto amoroso che un tempo bruciava di passione ma che ormai si era trasformato in un incendio distruttivo. L’enigmatica Sleep Of The Just (con un piano distorto da un altoparlante Leslie) e I’ll Wear It Proudly (con un riff d’organo ideato dall’autore e che Froom rielaborò in seguito applicandolo a Don’t Dream It’s Over, grande hit dei Crowded House) furono identificati da Costello/MacManus come 2 pezzi chiave, «il cuore del disco». Al pari di Jack Of All Parades (il brano più “prodotto ” dell’album; e con Steve Nieve degli Attractions al piano), quest’ultima era una dichiarazione d’amore nei confronti di Cait O’Riordan, l’ex bassista dei Pogues con cui il musicista londinese aveva iniziato quell’anno una relazione e che con lui firmò lo sciolto rock and roll anni 50 di Lovable (ai cori c’era David Hidalgo dei Los Lobos, per cui l’anno prima Burnett aveva coprodotto How Will The Wolf Survive?).
Sul versante più spedito e leggero di una raccolta in cui abbondavano gli slow e le riflessioni malinconiche, si collocava anche la tragicomica The Big Light, un’altra incisione da “buona la prima ” con la sezione ritmica della TCB Band e la chitarra di Burton lanciate a tutta velocità sui binari della classica Mystery Train (ne farà una bella versione Johnny Cash). molto più impegnativo e difficoltoso, per Costello, risultò ottenere una convincente interpretazione vocale della jazzata torch song Poisoned Rose (così come Il’ll Wear It Proudly, «un’altra canzone sul pericolo e l’incertezza del desiderio») che la magica coppia Brown-Palmer interpretò in souplesse assieme a Canning e a Froom, prima di lanciarsi su invito di Burnett (impegnato alla chitarra elettrica) in una ringhiosa e divertita rilettura di un oscuro brano di J.B. Lenoir, Eisenhower Blues. Ben più celebre era l’altra cover del disco, una versione «lenta e violenta» di Don’t Let Me Be Misunderstood (Nina Simone, Animals) in cui spiccavano la marimba di Blair e una voce che, secondo Costello, «lo stesso Tom Waits avrebbe probabilmente scartato ritenendola troppo rauca»: preoccupata dall’assenza di altri potenziali singoli, la Columbia americana la pubblicò su 45 giri senza ottenere grandi riscontri (andò meglio in Inghilterra, dove il pezzo entrò in Top 40 ).
Intanto, a Los Angeles, la vecchia band di Costello – gli Attractions – attendeva di essere convocata in studio in un clima di crescente e impaziente malumore. Accantonato il progetto di utilizzarla in metà del disco, la si ascolta solo in Suit Of Lights, amara meditazione sul successo e sulla fama che all’autore venne ispirata dalle esperienze professionali del padre Ross MacManus, cantante e trombettista della Joe Loss Orchestra. Fu un’ulteriore conferma del fatto che le tensioni all’interno del quartetto (e soprattutto fra il leader e il bassista Bruce Thomas) erano quasi arrivate al punto di rottura, tanto che anche nel successivo tour furono i Confederates (Burton alla chitarra solista, Scheff al basso, Keltner alla batteria, T-Bone Wolk alla chitarra, alla fisarmonica e al mandolino, Benmont Tench degli Heartbreakers di Tom Petty alle tastiere) a sostituirlo dal vivo: li si ascolta con estremo piacere nello spettacolare concerto inedito del 27 gennaio 1987 alla Royal Albert Hall di Londra che rappresenta il vero plus del nuovo cofanetto e in cui la band, oltre a proporre i pezzi di King Of America, si lancia in scoppiettanti esecuzioni di classici di Waylon Jennings, Percy Sledge, Allen Toussaint, Bobby Bland, Ray Charles, Mose Allison, Dave Bartholomew e Buddy Holly.
Con il loro suono denso, nervoso e «più claustrofobico», gli Attractions torneranno in azione pochi mesi dopo in Blood & Chocolate, che del suo predecessore è il contraltare furente, elettrico e rumoroso (fra i brani di punta Next Time Round, Blue Chair e I Hope You’re Happy Now, di cui nel box set si ascoltano i provini, inizialmente accantonati, di Costello). Un altro disco riuscito e ispirato, ma in cui echeggiava una sentenza definitiva: qualcosa si era rotto per sempre, mentre davanti agli occhi di Elvis si spalancava, in America e non solo, un Brave New World, una terra di nuove opportunità (ps: la storia continua, con una “audio serie ” romanzata sulla storia dei Coward Brothers e 1 album di inediti della coppia d’imminente pubblicazione).
