Fa un certo effetto vederlo così serioso e inamidato sulla copertina del nuovo Reprise accanto a Deutsche Grammophon, il logo discografico più onusto di gloria. Immedesimato, Moby, nella parte di chi all’improvviso siede accanto a Vladimir Horowitz, Herbert von Karajan, Arturo Benedetti Michelangeli e compagnia sinfonica, fingendo di non fare una piega.

Ma siccome, al secolo, Richard Melville Hall (ricordo di averlo intervistato nel 1992 quando era alle prime armi e mi rivelò di chiamarsi Moby pensando al prozìo Herman Melville, l’autore del romanzo Moby Dick. E io non sapevo se ridergli in faccia o spedirlo in trattamento sanitario obbligatorio), una sua credibilità nell’elettronica l’ha avuta e sono certo l’abbia ancora (alla luce, fra l’altro, di oltre 20.000.000 di album venduti nel mondo), mischiata a un talento che fino a prova contraria non si discute: si ripensi in particolare a Everything Is Wrong del 1995, Animal Rights del 1996 e Play del 1999.

Perché mai, allora, non concedergli la chance di reinventarsi in chiave orchestrale rivisitando in acustico brani come Why Does My Heart Feel So Bad?, Natural Blues, Go e We Are All Made Of Stars che una traccia l’hanno lasciata eccome nella musica elettronica propensa all’ambient, alla techno, ai campionamenti vocali e all’alternative rock?

Richard Melville Hall in arte Moby

Il progetto Reprise inizia a delinearsi nell’ottobre 2018, quando Moby debutta sinfonicamente alla Walt Disney Concert Hall insieme al violinista venezuelano Gustavo Dudamel e alla Los Angeles Philharmonic; e si definisce compiutamente secondo i propositi formulati dal singer songwriter newyorkese, nonché produttore, dj, fotografo e attivista per i diritti degli animali: «Perdonatemi se può sembrare ovvio, ma a mio giudizio lo scopo principale della musica non è solo comunicare emozioni», dichiarava, «ma condividere aspetti della condizione umana con chiunque stia ascoltando. In più, desidero quella semplicità e quella vulnerabilità che si può ottenere con la musica acustica o classica».

Che Reprise sia, dunque: starring la Budapest Art Orchestra, la leggenda del country chiamata Kris Kristofferson, l’ex Screaming Trees Mark Lanegan, le voci black di Gregory Porter, Amythyst Kiah
, Deitrick Haddon e Apollo Jane, il chitarrista e vocalist Jim James dei My Morning Jacket, le cantautrici statunitensi Mindy Jones, Nataly Dawn e Skylar Grey, l’australiana Alice Skye e la canadese Luna Li, il pianista islandese Víkingur Ólafsson, il polistrumentista gallese Novo Amor e il quartetto folk dei bostoniani Darlingside.

Il breve prologo, Everloving, orecchiabile e in crescendo come un tema da film, è affidato alla chitarra acustica, al pianoforte e via via alle orchestrazioni, mentre Natural Blues (con le voci tonanti di Gregory Porter e Amythyst Kiah) è un percussivo gospel che non disdegna velleità danzerecce. Un ritmo che travolge è altresì la succosa polpa di Go, con l’incedere possente dell’orchestra. Porcelain (con Jim James) è invece un piccolo capolavoro di contrappunti pianistici che non ha nulla da invidiare alla versione datata 1999; ed Extreme Ways è racchiuso fra le carezze degli archi, i ricami della chitarra acustica e il canto – mobyano – d’una dolcezza straordinaria.

© Travis Schneider

Eppoi c’è il diamantino timbro vocale di Mindy Jones, incorniciato dalla morbida sinfonia che sottolinea la bowieana Heroes, mai tanto soffusa e crepuscolare. E se in virtù del pianismo sfoggiato da Víkingur Ólafsson, God Moving Over The Face Of The Waters assume le sembianze del minimalismo tanto caro a Philip Glass, una soul music increspata dallo spiritual rilancia ai massimi livelli – complici le performance vocali di Apollo Jane e Deitrick HaddonWhy Does My Heart Feel So Bad?, mentre The Lonely Night è puro incanto, musicalità nebbiosa, Johnny Cash e Tom Waits nelle voci stratosferiche di Kris Kristofferson e Mark Lanegan.

Un altro, ipotetico tema da film è il remake di We Are All Made Of Stars, che viene bissato dalla trionfante bellezza di Lift Me Up e dalla cameristica The Great Escape, con le voci all’unisono di Nataly Dawn, Alice Skye e Luna Li a fare faville. L’epilogo, affidato alle celestiali melodie di Almost Home (Moby + Mindy Jones + Darlingside + Novo Amor) e al rigore sinfonico di The Last Day (Moby + Skylar Grey + Darlingside), non fa che confermare Reprise come il più intrigante, atipico dei Best Of.