Allah, muesli & rock and roll (niente sesso e droghe, please). Non proprio la combinazione più naturale del mondo, come si accorsero a loro spese i membri del gruppo londinese Mighty Baby, sciogliendosi poco dopo aver pubblicato nell’ottobre del 1971 il loro 2° album, A Jug Of Love. Si erano resi conto di come fosse difficile (quasi impossibile) andare in tour praticando il Ramadan o pregare rivolti alla Mecca nei camerini affollati da fans, groupies e addetti ai lavori, in mezzo a nuvole di hashish e a fiumi di birra. Con grande costernazione di Mike Vernon, il deus ex machina del blues revival britannico che aveva dato loro una seconda chance quando aveva deciso d’allargare i confini della sua etichetta discografica, la Blue Horizon, ingaggiando loro e i prog rocker olandesi Focus («che ebbero un enorme successo, mentre i Mighty Baby sparirono senza lasciare traccia»). E con altrettanto rammarico da parte di chi ne era rimasto stregato vedendoli dal vivo nei club inglesi e al Glastonbury Festival, nel giugno di quello stesso 1971.

La band londinese nel 1971
Salutato al momento dell’uscita da recensioni di tenore alterno e a volte sprezzanti (“ musica per autostoppisti e per disegnatori di copertine di dischi con la barbetta e gli occhi sbarrati ”, scrisse allora il Melody Maker stroncandolo), per gli esploratori del sottobosco musicale dell’epoca quel disco di rock sufista è diventato una reliquia ricercata e preziosa al pari del suo predecessore, l’album omonimo uscito nel novembre del 1969 per la Head Records di John Curd, loro ex roadie ai tempi in cui ancora si chiamavano The Action e classico manager trafficone che a un certo punto si fece beccare con le mani nel sacco (traffico di stupefacenti) lasciandoli senza contratto e in braghe di tela. Sono 2 dischi molto diversi fra loro, figli di un’epoca in cui il mondo cambiava alla velocità della luce: il 1° elettrico, psichedelico e febbrile come un trip acido; il 2° più acustico, mistico e contemplativo. Prima ancora, i suoi artefici avevano subìto una trasformazione – musicale, estetica, filosofica – ancora più radicale, trasmigrando dal mod soul degli Action all’hippie rock dei Mighty Baby, allungando la lunghezza dei capelli e smettendo giacche strette e camicie button down per indossare caffettani e collanine.

Gli unici 2 album incisi dai Mighty Baby
Era nato il Bambino Possente, nome/ossimoro ideato da Curd sulla falsariga di quello di altre band in voga in quel momento come i Soft Machine e i Grateful Dead. E proprio a questi ultimi i Mighty Baby venivano spesso accostati: non tanto e non solo per lo stile musicale, quanto per l’approccio quasi jazzistico alla performance, specie dal vivo, basato sull’idea che la canzone fosse solo una piattaforma di lancio verso terre ignote. Quell’attitudine restava solo in parte imbrigliata in A Jug Of Love, che il chitarrista e ideologo del gruppo Martin Stone definì poi «un album d’impronta molto Sufi e in cui i testi esprimevano il nostro risveglio spirituale». Era stato lui, raffinato e creativo interprete dello strumento, seguace degli insegnamenti di George Ivanovich Gurdjieff, avido lettore di testi religiosi ed esoterici e in seguito anche libraio specializzato nella compravendita di volumi rari, a imprimere una violenta sterzata all’identità del gruppo dopo un viaggio in Marocco istigato dalla sua guida spirituale (l’ex attore Ian Dallas alias Abdalqadir as-Sufi), la sua conversione all’Islam (con il nome di Abdul Malik) e l’accettazione nell’ordine dei dervisci insieme al suo compagno di viaggio, l’eccellente batterista Roger Powell. Poco dopo li seguirono su quella strada anche il bassista Mike Evans e il tastierista/flautista Ian Whiteman; mentre Vernon, il fonico Jerry Boys dei Sound Techniques e il chitarrista ritmico Alan “Bam” King furono costretti a fare buon viso a cattivo gioco davanti alle continue intrusioni in studio di Dallas e dei suoi accoliti; e alle frequenti pause dedicate alla preghiera («Io, Alan e Jerry ne approfittavamo per andare al pub», ricordò poi il produttore/discografico).

La brocca ricolma d’amore a cui si riferiva il titolo dell’album, era un termine mutuato anch’esso dalla religione islamica: espresso nella title track in una musica placida e assorta in cui s’intrecciavano chitarra acustica, flauto e pianoforte, con i ricami sobri e countreggianti della solista di Stone, la ritmica agile e intuitiva e l’impasto delle voci di Whiteman e King («Unendole, ne veniva fuori un cantante decente», spiegava “Bam” con umiltà). Ormai del tutto indifferenti alle lusinghe del successo e sempre più distanti dall’estetica del rock and roll, i Mighty Baby viaggiavano su una frequenza sempre più distante dalle mode e dal mainstream, spargendo anche nel resto del disco riferimenti spirituali, letterari e cinematografici oltre che autobiografici. Con la sua trama delicata, appena irrobustita dal flauto e dai sonagli per bambini suonati da Susan e Conrad Archuletta, espatriati californiani anch’essi di fede musulmana, The Happiest Man In The Carnival era intrisa di dottrina gurdjieffiana, mentre Virgin Spring rifletteva la passione di King, autore del testo, per l’omonimo film di Ingmar Bergman (La fontana della vergine, in italiano).
Era forse il brano meglio costruito e più intrigante della raccolta, con lunghe divagazioni strumentali che permettevano a Stone di muoversi a ruota libera fra chitarra acustica ed elettrica, flamenco, psichedelìa e cosmic country, Robert Fripp, John McLaughlin e Jerry Garcia. Lì, ma ancora di più nella road song Tasting The Life, si materializzava il fantasma dei Dead periodo Workingman’s Dead/American Beauty e dei primi New Riders Of The Purple Sage, quando al timone c’era Captain Trips; mentre in Slipstreams, Stone rievocava il suo viaggio in Marocco imbracciando anche un mandolino e in Keep On Juggin’ (ispirata, pare, da un roadie del gruppo chiamato Juggy) il ritmo galoppante si tingeva di funk diventando il pretesto per un’altra jam session in cui il quintetto sfoggiava anche le sue notevoli qualità tecniche.

Sotto l’apparente serenità interiore di quella musica, covava una sottile tensione. Sempre estremamente autocritico e insoddisfatto delle sue performance, Stone, scomparso nel 2016, sostenne che il disco non era stato prodotto in maniera abbastanza professionale per imporsi; e anche Whiteman ha più volte sottolineato la stoffa grezza e poco rifinita di quella musica, aggiungendo di percepirvi sempre «molto dolore». Si riferiva, probabilmente, a certi conflitti interni al gruppo e alle pressioni esterne, allo stato di perenne precarietà in cui viveva la band e al fatto che, come ogni altra cosa nella breve vita dei Mighty Baby, A Jug Of Love era la fotografia di un momento fugace. Ognuno, subito dopo, avrebbe intrapreso strade diverse: Stone e King si votarono al pub rock, rispettivamente con i Chilli Willi and the Red Hot Peppers e gli Ace, mentre Powell, Evans e Whiteman, insieme ai coniugi Archuletta, esplorarono con gli Habibiyya le contaminazione tra folk occidentale e musica araba, intrecciando anche rapporti stretti con il mondo del folk rock britannico (John Martyn, Sandy Denny e soprattutto Richard Thompson).
A contatto con il music business, la loro anima pura si era rapidamente contaminata e tutti furono costretti a cambiare pelle un’altra volta e a cercare una nuova identità: ma solo dopo aver consegnato alla storia 2 dei dischi migliori espressi dall’underground britannico a cavallo fra i 60 e i 70.
Mighty Baby, A Jug Of Love (1971, Blue Horizon)
