Quella foto di copertina in cui è ritratto seduto su una balla di fieno e con la chitarra appoggiata a un altro covone dietro di lui, nel 1971 non portò molta fortuna a John Prine e al suo omonimo album di debutto. Costò anzi all’Lp un’anonima collocazione negli scaffali dei negozi in mezzo ai tanti dischi di musica country sfornati allora dalla catena di montaggio di Nashville: scelta coerente con il luogo di provenienza e con i contenuti musicali di 1 disco in cui, tuttavia, il cantautore nato a Maywood (Illinois) e cresciuto a Chicago assumeva i contorni dell’outlaw, dell’individuo fuori norma dimostrando una spiccata individualità artistica e una qualità compositiva straordinaria.
Con quel volto paffuto, quelle camicie di jeans ordinarie e l’aria trasandata da americano medio, non aveva certo l’aspetto della rock star. Ma di cosa fosse capace, con una penna e una chitarra in mano, se ne accorsero presto in molti: John Prine, infatti, è l’album che contiene Hello In There e Angel Of Montgomery, gioielli che suoi illustri colleghi e folk singers dilettanti continuano a suonare in giro per il mondo e che 2 grandi signore della canzone come Bette Midler e Bonnie Raitt, rispettivamente, hanno trasformato in 2 standards della musica statunitense.

Lavorando a Chicago come postino, prima di diventare musicista professionista, John era entrato nelle vite di tanta gente comune, toccandone con mano le difficoltà quotidiane, le sofferenze e i sogni repressi. Sentimenti che lui traduceva con una facilità e una sensibilità senza pari in canzoni di 3 o 4 minuti che ti s’infilano sotto pelle, calorose come un abbraccio o spietatamente affilate come la lama di un coltello. Accompagnata da una melodia misuratamente solenne e da un organo gospel, Angel Of Montgomery era il ritratto di una donna di mezza età che non comunicava più con il marito (un cowboy appassito e indurito dagli anni) e che allo specchio si vedeva più vecchia dei suoi anni rimpiangendo ciò che non era più (“ Se i sogni fossero un lampo, e il tuono fosse desiderio/questa vecchia casa sarebbe stata incenerita dal fuoco tanto tempo fa ”.) Con Hello In There, delicata e gentile melodia sorretta da una chitarra acustica e da un piano elettrico, aveva invece preso a modello la voce riverberata di John Lennon in Across The Universe e la struttura narrativa di The Lonesome Death Of Hattie Carroll di Bob Dylan (le strofe dedicate al racconto della storia, l’inciso alla morale di commento) per rappresentare un commovente gesto d’affetto, di rispetto e di saluto nei confronti dei tanti anziani solitari, abbandonati dalle famiglie e dalla società («Portavo i quotidiani a un ricovero battista dove effettuavo le consegne stanza per stanza, e qualche paziente fingeva che fossi suo nipote o qualche altro parente venuto a fargli visita», ha ricordato una volta).

Entrambe le canzoni contenevano il seme più prezioso della sua arte e della sua poetica, il dono dell’empatìa nei confronti dell’umanità: soprattutto nei riguardi dei più deboli, degli sconfitti, dei sofferenti, dei disperati. Come il tragico protagonista di Sam Stone (secondo Melanie Davis di American Songwriter fonte primaria d’ispirazione di Roger Waters, grande amico e ammiratore di Prine, nel suo atto conclusivo con i Pink Floyd, The Final Cut): un reduce dal Vietnam abbandonato a sé stesso che trova unico conforto nella morfina fino a morirne d’overdose, barattando la casa ricevuta grazie al sussidio con “ una bara avvolta nella bandiera americana lassù su una collina dedicata agli eroi locali ”. Quella stessa bandiera americana riprodotta su decalcomanie che il protagonista di Your Flag Decal Won’t Get You Into Heaven Anymore appiccica compulsivamente sul parabrezza della sua automobile fino a non vedere più nulla davanti a sé e a schiantarsi mortalmente contro un albero. Perché c’è anche molto fato avverso e molto umorismo, soprattutto nero, nella musica del cantautore chicagoano e l’ombra scura della morte nei suoi testi, tanto che in più punti John Prine ha il tono di un rotocalco di cronaca nera (Six O’ Clock News racconta un’altra storia terribile: quella di un ragazzo che si suicida dopo aver scoperto di essere il frutto di un incesto).
Eppure vi si respirano anche vita, speranza e voglia di non arrendersi. E vi si coltiva persino qualche innocente e infantile sorriso: quell’Illegal Smile secondo l’interpretazione comune dovuto alla consolatoria fuga dalla realtà consentita da uno spinello, anche se poi Prine confutò la testi sostenendo che di “ illegale ” nelle sue parole non c’era nulla, se non la sua capacità coltivata fin da bimbo di guardare alle cose del mondo trovandone motivi per sorridere anche dove nessun altro li vedeva. In Paradise, il suo paradiso perduto dell’infanzia assume i contorni reali del Green River e della Contea di Muhlenberg nel Kentucky occidentale di cui era originario suo padre. In Spanish Pipedream, i protagonisti sono una spogliarellista e un soldato che decidono di scappare insieme in campagna per mettere su casa, mangiar pesche, fare figli e trovare Gesù (figura ricorrente nel songbook di Prine, che pure non risparmiava critiche e frecciate alle religioni organizzate). In Donald And Lydia, una ragazza grassa alla cassa di una sala giochi e un taciturno militare che viene da lontano, sognano di fare l’amore insieme anche se non si conoscono e stanno a 10 miglia di distanza.

C’è sempre uno sguardo curioso, obliquo, penetrante e ironicamente affettuoso dietro queste 13 canzoni che Arif Mardin, leggendario arrangiatore e produttore dell’Atlantic Records, rivestì d’abiti sobri e impeccabili quasi per favorire l’accesso del pubblico al 2° livello, quello che distingue Prine da tutti gli altri: in un succedersi di chitarre acustiche arpeggiate, chitarre elettriche (Pretty Good svolta verso il rock) e pedal steel, tastiere soul e violini cajun, country twang e western swing (Flashback Blues), con l’aiuto del collega e mentore Steve Goodman (colui che lo aveva portato all’attenzione dell’etichetta di Ahmet Ertegun) e dei “ Memphis Boys ” trapiantati a Nashville, il chitarrista Reggie Young, l’organista Bobby Emmons, il bassista Mike Leech, il batterista Gene Chrisman e Leo LeBlanc, specialista ipovedente della pedal steel.
Tutti al servizio della voce nasale e indolente di John e dei suoi meravigliosi racconti sonori di cui nel 2009 il musicista, scomparso 11 anni dopo, rivelò un piccolo, grande segreto nel corso di un’intervista concessa a Paul Zollo di Rolling Stone: puntare l’obiettivo su piccoli dettagli dell’ambiente fisico in cui si muovono i protagonisti e lasciare che sia l’ascoltatore a riempire gli spazi vuoti con la sua immaginazione quando si entra nel mondo delle emozioni e dell’intangibile. Ha funzionato, caro John. E funziona ancora benissimo.
John Prine (1971, Atlantic)
