A scanso di equivoci e di accuse di blasfemìa: è ovvio che Smash Hits non vale Are You Experienced, Axis: Bold As Love o Electric Ladyland, ossia i 3 “ veri ” e imprescindibili album della Jimi Hendrix Experience. È infatti esattamente ciò che il suo titolo strilla a caratteri cubitali: una raccolta di successi, magari non tutti così smash, completata da rarità, e da qualche album track e resa quasi superflua nei decenni successivi da pubblicazioni più esaustive immesse sul mercato dagli eredi dell’artista di Seattle.
D’altra parte, quando uscì a fine anni 60 fu molto ben accolta dal pubblico e anche dalla stampa, al punto che persino un critico snob, brontolone e bastian contrario come Robert Christgau lo incluse fra gli album essenziali della sua Basic Record Library. Il suo giudizio si basava sull’edizione statunitense del disco pubblicata dalla Reprise con 15 mesi di ritardo rispetto all’originale inglese che la Track Records (l’etichetta dei manager degli Who, Kit Lambert e Chris Stamp) aveva distribuito ai negozi il 12 aprile 1968. Nel complesso decisamente più interessante, quest’ultima, perché aveva il pregio di recuperare e raccogliere in 1 solo Lp, a favore di chi se le fosse perse, le canzoni che Jimi Hendrix aveva pubblicato solo sui suoi primi 45 giri fino a quel momento.

Jimi Hendrix Experience: Mitch Mitchell (batteria), Jimi Hendrix (voce e chitarra), Noel Redding (basso)
4 lati A più altrettanti lati B, integrati da 4 selezioni da Are You Experienced: una scaletta di 12 titoli nei quali il power trio hendrixiano assecondava le volontà del manager e produttore Chas Chander, bassista degli Animals cresciuto a pane, beat e rhythm and blues. Concentrando la sua incredibile potenza di fuoco in pezzi da 3, massimo 4 minuti di durata che evitavano le jam diluite e lo spettacolo pirotecnico delle performance dal vivo consegnando ai posteri i primi esempi di 1 progetto musicale rivoluzionario che reinventava il blues elettrico all’epoca del flower power, della psichedelìa e della corsa alla conquista dello spazio prendendo alla lettera il turn on, tune in, drop out predicato da Timothy Leary: fin dagli inizi, Hendrix aveva attivato le sue antenne sintonizzandosi sulle frequenze del presente per poi coscientemente scegliere un’altra rotta e uscire dagli schemi.
Intanto, nel 1968, solo su Smash Hits era possibile riascoltare, stavolta a 33 giri e ⅓ di velocità al minuto, la cover di Hey Joe già incisa da artisti come i Byrds, i Love o i meno noti Leaves, ma che in questa versione rallentata e modellata su quella di Tim Rose amplificava la cupezza e il senso di minaccia trasmesso dalla celebre murder song attribuita (non senza contestazioni) a Billy Roberts. Solo lì riesplodevano i riff al calor bianco e il caos controllato di Purple Haze, una canzone d’amore, fantascienza e sogni sottomarini in cui Jimi baciava il cielo offuscato da visioni lisergiche (a dispetto di quanto lui stesso si premurava di dichiarare in pubblico), mentre inauditi effetti elettronici e una chitarra elettrica registrata a velocità dimezzata e poi accelerata per modificarne artificialmente l’intonazione distorcevano e piegavano il suono a suo piacimento.

Solo lì si riassaporava la quiete dopo la tempesta di The Wind Cries Mary, magnifica e misteriosa ballata musicalmente ispirata – secondo l’amico, bassista e futuro collaboratore Billy Cox – al Chicago soul di Curtis Mayfield e innescata – secondo la sua allora compagna, Kathy Etchingham – da un furibondo litigio in cucina con tanto di lancio di piatti e stoviglie. Ma anche la sinfonia tascabile, malinconica, acida e classicheggiante di Burning Of The Midnight Lamp, con Jimi che si destreggia tra 1 clavicembalo e i primi esperimenti col wah wah mentre le voci delle Sweet Inspirations, coriste di Aretha Franklin capeggiate da Cissy Houston (la mamma di Whitney), amplificano il senso di disorientamento e di nostalgia di casa provato da un uomo che per non farsi ingabbiare dalle convenzioni sociali e dai rapporti sentimentali aveva deciso di vivere la sua vita di corsa peregrinando senza sosta da un posto all’altro.
È un tema analogo a quello affrontato in Stone Free, la sua prima composizione in assoluto scandita da 1 travolgente ritmo funk blues, e nelle altre b-side 51st Anniversary (passata alla storia come unica sua canzone senza 1 assolo) e Highway Chile, 1 r&b dal marcato stomp che inneggia a sua volta alla vita vagabonda del musicista di strada, chitarra a tracolla e un paio di stivali polverosi come mezzo di locomozione al posto di una Cadillac. The Stars That Play With Laughing Sam’s Dice è 1 altro studio sulle potenzialità del wah wah applicato alla Stratocaster : una bizzarra e caotica semi improvvisazione con supposti richiami nel titolo alle droghe allucinogene più potenti del momento (STP e LSD) e 1 coro che secondo voci mai confermate comprenderebbe anche la voce di Frank Zappa. Sicuramente meno memorabile dei 4 assi ripescati dall’album di debutto: il frenetico e irresistibile black rock di Fire (un faro che ha illuminato la carriera di band come i Red Hot Chili Peppers); un’altrettanto serrata e concisa Can You See Me; l’erotica ed esplicita Foxy Lady, in cui Hendrix perfeziona riff, fraseggi e sequenze armoniche che diventeranno un suo marchio di fabbrica consegnando ai posteri 1 testo una volta tanto gioioso e senza ombre, antitetico alle inquietudini e ai disturbi mentali che agitano Manic Depression, dove le sequenze di accordi ascendenti e discendenti sono il sismografo che registra gli sbalzi d’umore del protagonista.

I 44 minuti e ½ di Smash Hits, condensano dunque il meglio delle prime incisioni della Experience. Una chitarra elettrica che scompagina il manuale d’istruzioni dello strumento, compie un grande passo nel futuro come Neil Armstrong sulla Luna cambiando il corso della Storia. Una voce quasi recitante e poco ortodossa, ma profonda ed espressiva (anche se Hendrix la considererà sempre in subordine alla sua Stratocaster). Un basso che assicura il ritmo al terreno, suonato da 1 chitarrista inglese, Noel Redding, dotato di un notevole senso della melodia e del contrappunto. E 1 batterista, Mitch Mitchell (anche lui britannico), che come scrisse anni fa sulla rivista Mojo il giornalista Charles Shaar Murray aveva “ un piede nel mondo jazz di Elvin Jones e Tony Williams e l’altro nell’esuberante tradizione del Brit Rock a doppia cassa di Keith Moon e di Ginger Baker ”, perfetta controparte di Jimi nei più esaltanti dialoghi strumentali del suo repertorio (Manic Depression ne resta l’esempio più citato).

Jimi Hendrix
1942-1970
Nel gioco di aggiunte e sottrazioni, l’edizione USA di fine luglio 1969 recuperava altri 2 titoli dalla stampa UK di Are You Experienced (il blues supersonico di Red House, proposto però in 1 alternate take stereofonica allora inedita; e la più canonica Remember che sembrava rievocare gli anni di gavetta di Jimi nel circuito r&b americano a fianco di artisti come gli Isley Brothers e Curtis Knight) e 2 capolavori da Electric Ladyland, con il funk futuristico di Crosstown Traffic e la cover leggendaria di All Along The Watchtower (Bob Dylan).
A quel punto Hendrix era la black star consolidata della scena rock, aveva già preso le distanze da Chandler e ampliato la propria visione sostituendo al concetto di canzone quello di “ dipinto sonoro ” che chissà dove lo avrebbe portato, non fosse morto a 27 anni quel maledetto giorno del settembre 1970 in circostanze mai del tutto chiarite (il progetto annunciato di 1 suo album con Miles Davis resta probabilmente il what if più suggestivo della musica del secondo 900). Da Smash Hits erano trascorsi meno di 2 anni e ½, Jimi era passato fra noi come una supernova la cui scia luminosa ancora oggi non smette di abbagliarci.
Jimi Hendrix Experience, Smash Hits (1968, Track Records)
