Se avete mai assistito a 1 suo concerto o avete avuto modo d’incontrarlo, sapete già che tipo di persona e di artista fosse Glen Hansard. Empatico oltre misura. Strabordante di passione. Straordinariamente generoso, carismatico ma anche umile. Un’anti rock star per natura, a dispetto del suo premio Oscar, delle amicizie importanti e della popolarità. Uno che le barriere con il pubblico le abbatteva sul serio, anche fisicamente, scendendo a fine show tra la folla per ricordare a tutti, e soprattutto a sé stesso, le sue origini di musicista di strada, di busker cresciuto per le vie di Dublino che viveva delle mance raccattate a Grafton Street (lì ha conosciuto di persona i vagabondi e i senza tetto alla cui assistenza ha dedicato tante energie e iniziative di beneficenza). Così si spiega l’ondata travolgente e universale di commozione che ha coinvolto colleghi, personalità della politica, fans, amici e semplici conoscenti, increduli di fronte alla notizia della morte improvvisa di una persona così radiosa, entusiasta e piena di vita (ancora di più da quando, nell’ottobre del 2022, aveva avuto un figlio da Maire Saaritsa, poetessa finlandese che aveva sposato 2 mesi dopo).

Glen Hansard
1970-2026
© Robert Brown
Tutti lo ricordano giustamente per Falling Slowly, struggente duetto inciso con la cantautrice ceca Markéta Irglová (sua partner negli Swell Season) e che gli ha fruttato 1 Oscar per la migliore canzone originale da film (la piccola pellicola indipendente Once, di cui entrambi furono protagonisti nel 2007). I fans della prima ora ancora s’infiammano all’ascolto dei Frames, il gruppo indie rock di cui era il frontman ; e di canzoni epiche come Fitzcarraldo. E gli appassionati della sua fase più cantautorale amano dischi come Didn’t He Ramble, che nel 2016 ricevette una nomination ai Grammy Awards come migliore album folk dell’anno (anche se era molto più di 1 album folk). Se proprio devo scegliere, io pescherei ancora dal mazzo Rhythm And Repose, il disco con cui Hansard decise nel 2012 d’avventurarsi in 1 percorso da solista dopo tanti anni di musica vissuta come esperienza collettiva. Solista ma tutt’altro che solo, perché dopo aver fatto amicizie importanti nella scena musicale di New York – la città in cui il suo vagabondare l’aveva portato a vivere da 1 anno e ½ – se ne uscì con 1 album affollato come un pub irlandese all’ora del last round, l’ultimo giro di birra Guinness.
C’erano con lui il produttore Thomas Bartlett (The National, Antony and the Johnsons) e il fonico Patrick Dillett (David Byrne, Arto Lindsay, Laurie Anderson), gente dalle orecchie appuntite e dal gusto raffinato. C’era la presenza confortante di Markéta, il suo vecchio amore. C’erano, fra i tanti, un glorioso reduce della Rolling Thunder Revue dylaniana come David Mansfield e una punta di diamante della band di Leonard Cohen, il chitarrista flamenco Javier Mas, oltre a metà sezione fiati della E Street Band di Bruce Springsteen capeggiata da Jake Clemons: portavoce di 1 sound che rimandava ai suoi eroi musicali. E c’erano anche giovani talenti come il bassista Brad Albetta, allora sposato con Martha Wainwright; e Sam Amidon, marito di Beth Orton e puntiglioso studioso/rinnovatore della tradizione folk angloamericana. «Il primo giorno registrammo 7 canzoni. Mi sembrò l’inizio di qualcosa che decisi d’assecondare», raccontò allora Glen al giornalista canadese Darryl Sterdan, creatore di The Tinnitist, seguìto blog.

Ne uscì 1 disco intimista, riflessivo e sofferto che qualcuno (Hilary Saunders su Paste) descrisse allora come il suo Nebraska mancato. A me sembrò subito bellissimo, commovente, tormentato ma anche luminoso e ricolmo di speranza (la parola hope ricorre 2 volte nei titoli delle canzoni), anche se come molti ne travisai forse il vero significato. Era 1 album che fin dal titolo enfatizzava la necessità di trovare 1 punto d’equilibrio fra il ritmo e il riposo, il pubblico e il privato, il duro lavoro e il relax ; e che intanto raccontava quanto siano complesse e problematiche le relazioni umane: anche se, spiegava Hansard a Sterdan, «almeno metà delle volte i rapporti di cui canto sono quelli che hai con te stesso». Quelle canzoni, insomma si manifestavano «in forma di un tema romantico, ma spesso non è quello il loro significato: parlano invece del trovare una propria strada nella vita».
A partire da You Will Become, che con la seconda voce di Irglová suona familiare e avrebbe potuto tranquillamente trovare posto in 1 disco degli Swell Season. Una ballata pianistica e discretamente orchestrale aperta da suoni tremolanti di tastiera e da 1 arpeggio di chitarra acustica in cui Glen si rivolgeva al fratello minore, invitandolo a riflettere sul fatto che ciò che si diventa in futuro è il prodotto delle scelte che facciamo oggi. Come nell’intenso ritratto di copertina disegnato da Colin Davidson, Hansard si guardava allo specchio, strappandosi l’ugola dalla disperazione quando in High Hope si sentiva in bilico su una corda tesa chiedendosi perché 1 uomo debba perdere tutto prima di rendersi conto di ciò che desidera davvero. Nella non meno acre Bird Of Sorrow, tirava fuori dal profondo delle sue corde (quelle vocali e quelle della sua malconcia Takamine acustica) un’altra invocazione, autoconvincendosi che alla fine l’amore finisce sempre per ritrovarti anche quando sembra abbandonarci lasciandosi dietro interrogativi angoscianti (What Are We Gonna Do, ancora con Markéta a dare man forte su 1 tappeto di soundscapes stridenti in sottofondo).

Erano, sono canzoni che sviscerano le fragilità umane senza mai cedere alla depressione o cacciarsi in un loop di negatività, neanche nei momenti in cui i presagi si fanno sempre più minacciosi (in The Storm, It’s Coming a Glen saliva il dubbio che anche l’artista sul palco in fondo reciti una parte e sia un bugiardo) e il tono si fa più sarcastico e rabbioso (intensa e penetrante, Philander sembra la versione irlandese di una ballata alla Bill Callahan, con strofe desolate e claustrofobiche a cui si contrappone 1 ritornello arioso e accogliente). Canzoni sempre ravvivate da un guizzo vitale e da un’impennata d’orgoglio e d’energia.
Canzoni più inclini all’introspezione che al ritmo, per tornare alla contrapposizione indicata nel titolo del disco, ma con alcune rilevanti eccezioni. «Storia di un amico che vedeva segni premonitori ovunque» e appena screziata da una tastiera dissonante, Talking With The Wolves danzava al ritmo notturno e discretamente elettronico di una club music da fine serata, mentre nell’Irish r&b di Love Don’t Leave Me Waiting affiorava l’intenzione iniziale di Hansard: quella d’incidere la sua personale versione di 1 disco soul; lui che non si considerava un musicista folk e che della black music si era innamorato fin da quando il regista Alan Parker l’aveva ingaggiato come chitarrista nei Commitments (e del resto, come il film e il romanzo di Roddy Doyle da cui era tratto ci spiegavano, «gli irlandesi sono sempre stati i neri d’Europa»). Morbido e rilassato, quel pezzo con una bella e calorosa sezione fiati in evidenza omaggiava il Caledonian soul anni 70 di Van Morrison (con Bob Dylan e Leonard Cohen l’altro membro della sua personale santissima trinità); e non è un caso che dal vivo sarebbe poi diventato il pretesto per lunghe e trascinanti jam in cui entrava di tutto: da Into The Mystic del leone di Belfast a Respect di Otis Redding e Aretha Franklin. E se il banjo di Amidon portava Races da qualche parte nel mezzo dello sconfinato Midwest americano, l’incantevole Maybe Not Tonight accarezzata dalla slide di Mansfield era invece la West Coast di Neil Young proiettata sulla East Coast irlandese, perché anche in 1 disco newyorkese come questo Glen non tradiva mai le sue radici.
Men che meno quando ricordava con ardore un vecchio amore svanito (“ ci siamo sposati una sera d’agosto/nessun prete, nessuna chiesa, solo una grande luna spendente e luminosa ”) o quando, nel gran finale di Song Of Good Hope, tendeva una mano e apriva le braccia a chi alla fine decideva di restargli accanto. Accompagnati da Bartlett e dai Frames, Eddie Vedder e Markéta l’hanno cantata fra fiumi di lacrime e di commozione al funerale di Hansard, martedì 4 agosto 2026 nella Cattedrale di San Patrizio a Dublino. Mentre Barack Obama l’ha scelta come brano d’apertura di una playlist estiva diffusa via social media dopo aver appreso della sua morte. Una morte con cui Hansard aveva iniziato a fare i conti proprio ai tempi di Rhythm And Repose: «Non che ne sia ossessionato», spiegò allora a The Tinnitist, «ma a un certo punto cominci a renderti conto che le cose hanno una fine. Se mai diventerò più stabile nelle mie amicizie e nelle mie relazioni, dovrò prendermene cura e lavorarci sopra». Anche di questo parlano quelle sue bellissime canzoni di buona speranza e quei traditionals universali che ha continuato a cantare quel giorno di fine luglio fino all’orario di chiusura in 1 pub alle porte di Dublino, per poi andare chissà dove prima di salire per l’ultima volta in sella alla sua moto per tornare a casa dalla sua famiglia.
Invece se l’è inghiottito la notte su una strada di campagna in mezzo ai campi di fragole, ai boschi e alla fauna selvatica di quell’amatissima Irlanda da cui mai si era voluto staccare neanche dopo che la sua musica gli aveva spalancato le porte del mondo e l’amore l’aveva portato ancora più a Nord, su fino a Helsinki. Aveva 56 anni e, come hanno cantato i suoi amici rendendogli l’ultimo saluto, rimarrà Forever Young.
Glen Hansard, Rhythm And Repose (2012, Anti-)
