Damned If I Do, ha intitolato ironicamente il suo tour del 2026 Todd Rundgren, finalmente tornato a esibirsi lo scorso 6 settembre in Italia dopo quasi 20 anni d’assenza. Come a dire: qualunque cosa faccia, qualunque repertorio scelga di riproporre, sono inevitabilmente destinato a scontentare qualcuno. È il dazio da pagare per chi ha sempre rivoltato le carte in tavola e disatteso le aspettative saltando da un genere all’altro. Ma in realtà, fra il pubblico venuto ad ascoltarlo al campo sportivo di Revislate (nel comune di Gattico-Veruno, in provincia di Novara) in occasione dell’ultima giornata del 2 Days Prog +1 Festival che ha chiuso da headliner, nessuno sembra essere deluso. A dispetto del fatto che la sua unica, vera concessione al progressive è una versione tascabile e concentrata in pochi minuti di The Ikon, caleidoscopico tour de force di oltre ½ ora di durata che nel 1974 occupava la seconda facciata dell’album Todd Rundgren’s Utopia.

«Non lo sapevamo mica di essere stati invitati a un festival prog», dice quando lo show ha già coperto ⅔ circa della sua distanza. «Sei ancora in tempo per rimediare!», gli urla uno spettatore dalle prime file. E Todd apparecchia subito dopo il piccolo regalo concepito apposta per il festival piemontese e per i suoi aficionados. È 1 brano in cui lui e i 5 musicisti che lo accompagnano hanno occasione di sfoggiare un encomiabile interplay, fra cambi di tempo e incastri di precisione. Vantano quasi tutti una militanza negli Utopia, anche se non facevano parte della prima formazione che incise quel disco dal vivo: accanto a nomi storici come Prairie Prince (il batterista dei Tubes) e il bassista Kasim Sulton, il sestetto schiera l’altro chitarrista Bruce McDaniel, Bobby Strickland ai fiati e alle tastiere 1 altro tastierista, Gil Assayas. Gente dalle spalle robuste, che sa volare alto senza indulgere in acrobazie e badando al sodo (un amico in platea suggerisce un paragone neanche tanto campato in aria con la E Street Band di Bruce Springsteen).

La tracklist del concerto
In più (Prairie Prince escluso) cantano tutti, e bene. Proprio quel che ci vuole per uno come Todd, appassionato di voci e di harmony singing da quando, adolescente dell’area di Philadelphia, ascoltava alla radio i classici del Philly Sound, della Motown e del Chicago soul che poi avrebbe omaggiato in A Wizard, A True Star (1973) e che anche stasera ripropone in una magnifica medley comprendente I’m So Proud degli Impressions di Curtis Mayfield, Ooh Baby Baby dei Miracles di Smokey Robinson e I Want You di Marvin Gaye. La sua voce, che a inizio serata e anche nello sfavillante power pop di I Saw The Light era suonata un poco traballante, si è ormai scaldata al punto giusto, tanto che poco prima il momento forse più suggestivo della serata era arrivato con l’esecuzione a cappella (Todd, Sulton e McDaniel) di Honest Work, canzone che con delicatezza e senza enfasi affronta il tema della disoccupazione.
Capelli lunghi, occhiali a specchio e un gilet che gli lascia libere le braccia permettendogli d’esprimersi con una mimica enfatica e teatrale, sul palco Rundgren interpreta le varie versioni di sé stesso: sia quando, con fare da crooner consumato, interpreta le sue ballate blue-eyed soul avvicinandosi a bordo palco con il microfono in mano; sia quando imbraccia la sua amata Foamy, una P-Project color verde mare modello Stratocaster da cui ricava riff e assoli da autentico guitar hero. Si lamenta di come si sia «orribilmente scordata» nell’umidità della campagna novarese dopo aver partorito una versione killer di Black Maria, consegnandola per qualche attimo al suo assistente. Torna fortunatamente subito a disposizione, perché è un elemento fondamentale dello show com’era stata, in apertura di concerto, nel glam/arena rock di Evrybody, con il pubblico subito invitato a partecipare alla festa e a battere le mani seguendo il ritmo di una traccia elettronica; e nell’irruente cavalcata garage, fra Who e British Invasion, di Open My Eyes, singolo di debutto datato 1968 dei suoi Nazz; e ancora, fra gli arpeggi solenni di Buffalo Grass e il clima più heavy di Black And White, talvolta risuonando all’unisono con la chitarra di McDaniel.

L’impasto delle chitarre elettriche e le svisate di Todd irrobustiscono anche lo yacht rock di Secret Society; la maestosa No. 1 Lowest Common Denominator; la suggestiva ballad Tiny Demons e una grintosa, dinamica cover di The Walls Came Down dei The Call (che Rundgren ha inciso di recente con la band californiana orfana da una quindicina d’anni del frontman Michael Been), mentre i cori a 4 voci reggono l’impalcatura AOR di Woman’s World. Strickland si prodiga tra flauto (Stood Up, Cliché, la vellutata Sweet) e sassofoni (in titoli come Lost Horizon e Down With The Ship, curioso e semi cabarettistico ska firmato da Rundgren a 4 mani con Rivers Cuomo dei Weezer e pubblicato 4 anni fa nell’ultimo album Space Force), mentre nei momenti più movimentati della seconda parte dello spettacolo il bassista Sulton abbandona la pedana a fondo palco su cui si era sistemato fra Assayas e Prince per affiancarsi ai 2 chitarristi in pose rock and roll. Quando poi arriva il momento di Kindness, Todd impugna una bacchetta da direttore d’orchestra come fosse Nelson Riddle e Frank Sinatra in un’unica persona.
A differenza di quanto era avvenuto nei precedenti concerti americani, non c’è intervallo e non c’è un segmento acustico: «Immaginate di ascoltare gli Eagles allo Sphere di Las Vegas», ci scherza su Rundgren anticipando l’arrivo di altre hits, concentrate soprattutto nei bis : è il momento del romanticismo pop soul di Can We Still Be Friends e di Hello, It’s Me (ringraziando per la pazienza chi l’ha aspettata fino a quel momento, Todd la ripropone in una versione riarrangiata, gigioneggiando da vero entertainer) e poi di Sweeter Memories, in un finale che pesca da dischi amatissimi come Hermit Of Mink Hollow (1978) e Something/Anything? (1972).

© Vincenzo Nicolello Photography
Le lancette dell’orologio hanno viaggiato in fretta e in 2 ore e 20 minuti di concerto al vecchio stregone Todd è riuscito il suo piccolo incantesimo: restare elegantemente in equilibrio fra legacy e attualità, aspettative e gusto personale, dando al pubblico ciò che desidera senza rinunciare alla sua natura di artista onnivoro e imprevedibile che dopo 78 anni di vita e quasi 60 di carriera sembra ancora divertirsi ad afferrare per la coda la sua capricciosa ispirazione.
