Music

The White Stripes – My Sister Thanks You And I Thank You/The White Stripes Greatest Hits (Third Man Records/Columbia/Sony)

Chi li ha conosciuti gridando a squarciagola negli stadi di calcio, specie nel 2006, il famoso poo po po po poo po. Chi con un videoclip black & white, dove Kate Moss sculettava in un’iperbolica lap dance che ha fatto strage di mascelle. Chi perché il rock and roll di roba così ne ha sempre bisogno. Chi perché il celebre dj britannico di BBC Radio 1, John Peel, dichiarò al mondo la sua assoluta devozione per il duo. Chi perché il cantante si disse figlio di 3 padri: «Dio, quello biologico e Bob Dylan. Non necessariamente nello stesso ordine». Chi perché l’ultima tendenza guai-a-farsela-sfuggire. Chi agli albori della loro storia capitando per caso a vederli in un bugigattolo, letteralmente in un anfratto della Stazione Centrale di Milano – noi, per esempio. Sempre e comunque, i White Stripes di Jack e Meg White, finti fratello & sorella ma, for the record, per un certo periodo veri marito & moglie – che a 10 anni esatti dall’addio alle scene ci regalano My Sister Thanks You And I Thank You/The White Stripes Greatest Hits, prima raccolta ufficiale del duo quanto suggello di esclusiva con la Columbia-Sony firmato da Mister White per un po’ tutto ciò che lo riguarda (album in solo, catalogo WS, Raconteurs, Dead Weather, varie ed eventuali della Third Man Records).

Meg White e Jack White

Chissenefrega di un’antologia nell’era di Spotify e delle playlist in automatico con zero sforzo mentale, direte voi – tanto più senza inediti. Jack White è un tipo vecchio stampo, rispondiamo noi: gli piace la discografia old school, quella dove si gioca con i vinili (infatti, inizialmente il best of in questione era solo disponibile in quel formato dai primi di dicembre scorso) e si crea una strategia, che peraltro egli stesso, vai a vedere, si è costruito con le proprie mani via Third Man, la sua casa discografica con tanto di studi, personal venue e negozietto di dischi, il tutto con sede a Nashville. E se fossimo stati in una discografia a schema fisso (ma grande fantasia) come, per esempio, gli anni 70, questo best of avrebbe fatto proseliti tipo, buttiamo lì, il primo Greatest Hits (1976) degli Eagles o The Best Of James Taylor (1976), raccolte dagli incassi milionari. Oggi quel mondo è svanito in un click – ma l’ex ragazzone di Detroit pare importasene poco e gioca di fantasia, sapendo bene che la decina d’anni quando lui e la sorella hanno sparso musica, nella scena americana sono arrivati a regnare come nessun altro della loro generazione nata a metà 70s, dando il là a epigoni anch’essi di gran successo, vedi Black Keys e Kills. I White Stripes, però, restano unici, inarrivabili – il modello rock par excellence nel 1° decennio del nuovo secolo con ombra lunga fin ai giorni nostri.

The White Stripes insieme al concittadino Iggy Pop

Da quel dì, nella seconda metà degli anni 90, che gli ancora freschi sposini iniziarono le prove tecniche di conquista del mondo con musica fatta solo di voce, chitarra, batteria e tamburello – narra la leggenda che il 1° pezzo messo in piedi fu Moonage Daydream del David Bowie epoca Ziggy Polveredistelle & i Ragni Marziani – Jack & Meg non hanno fatto prigionieri, creando un sound potentissimo ma ridotto all’osso, alla ricerca di una solida bottom line senza spazio per il superfluo. Una specie di Bob Dylan meets Led Zeppelin incollati con nastro adesivo Gun Club incendiario che non ha errato alcuna delle mosse azzardare, fra album che hanno sbancato le classifiche grazie a brani propri e cover scelte da chi è un vero music aficionado – nonché un look tanto semplice quanto marcante fra vestiti biancorossi e variante “adulta” rossonera con, a volte, tocchi bianconeri (Jack White in solo, fateci caso, è passato al nerazzurro). My Sister Thanks You And I Thank You/The White Stripes Greatest Hits è pieno come un uovo di tutto ciò, letteralmente: 80 minuti per 26 brani dinamitardi che iniziano con il singolo di debutto Let’s Shake Hands e approdano al riff con hook assassino di Seven Nation Army – e tutto il poo po po po poo po del caso.

In mezzo, come un Cubo di Rubik che tocca a noi sistemare, il viaggio è ruggente, dove la potenza blues dell’acme Ball And Biscuit (“It’s quite possible that I’m your third man, girl/But it’s a fact that I’m the Seventh Son” – versi enigmatici, quasi che Jack sapesse d’essere il figlio prescelto) gioca d’equilibro con il tiro Rolling Thunder Revue di Dead Leaves And The Dirty Ground; dove il crescendo stile PaulMcCartneyfacciotuttoio di My Doorbell è perfetto con a seguire il nervoso roots al gusto Uncle Tupelo di Hotel Yorba; dove l’altro riff perfetto di The Hardest Button To Button è in gran simmetrìa con la slabbrata energia made in Detroit Rationals/MC5/Stooges/Sonic’s Rendezvous Band di Fell In Love With A Girl (in entrambi i casi, chi rammenta i geniali videoclip di Michel Gondry?); dove The Denial Twist, ancora ghiribizzo Macca style da ko, si contrappone al montante zeppeliniano Icky Thump; dove le mosse spastiche di Blue Orchid con quell’impazienza tutta Jeffrey Lee Pierce trova giusta simmetrìa con il country-folk dai sapori antichi Apple Blossom. Quanto, poi, è stato lasciato fuori da questi solchi, agli occhi e alle orecchie del vecchio estimatore: As Ugly As I Seem (che fra gli hits ci deve stare tutto), I’m Lonely (But I Ain’t That Lonely Yet), Forever For Her (Is Over For Me), You’ve Got Her In Your Pocket, The Same Boy You’ve Always Known e Prickly Thorn, But Sweetly Worn– così, accendendo la memoria a caso.

Il duo con il disc jockey britannico John Peel

Il comparto branialtrui, come già detto, è di chi gioca di fino: con la fragile drammaticità di I Just Don’t Know What To Do With Myself degli immarcescibili Burt Bacharach & Hal David via Dusty Springfield (con la Moss in lingerie e tacchi negli occhi); con il minaccioso pre-war blues Death Letter di Son House bagnato nelle torbide pozzanghere dello stonesiano Exile On Main St. (1972); con la maiuscola puntata nei Monti Appalachi del capolavoro Jolene di Dolly Parton; e con la frenetica corrida Conquest di Corky Robbins, una di quelle unsung heroes of Rock ‘n’ Roll/pre Rock ‘n’ Roll (e nei very macho 50s ve n’erano più di quante sospettiate) che tanto abbiamo amato grazie, per esempio, alla pagine musical-letterarie di Nick Tosches.

Per tutti coloro che vivono ancora nel mondo dei dischi che si possono toccare e ammirare, pay attention. Se avete l’abbonamento Third Man Vault (che consigliamo a tutti, poiché è sempre foriero di grandi novità e leccornie assortite), sappiate che vi è concesso di acquistare pure la versione con un 3° vinile di «lati B in gran parte trascurati e precedentemente sparsi in giro», Jack White dixit – roba che include piccole, brillantissime perle come Lafayette Blues, Shelter Of Your Arms, Good To Me, il traditional d’origine irlandese Black Jack Davey (non altri che The Raggle Taggle Gypsy passata oltre il western ocean, per dirla coi Pogues), St. Ides Of March, Red Bowling Ball Ruth e Though I Hear You Calling, I Will Not Answer, fra le 13 previste. Adesso è il momento di far girare il piatto, però!

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