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Sun Ra’s Arkestra (Blue Note, Milano, 9 maggio 2019)

Fra un paio di settimane Marshall Allen avrà 95 suonatissimi anni e con il suo sax contralto comanda (nel senso letterale, fra ordini-esortazioni-indici puntati) una pattuglia di diversi 70-80enni che a vederli suonare fa decisamente spavento per quanto siano sul pezzo – e soprattutto per come riescono a onorare una delle orchestre jazz più incredibili di tutti i tempi: l’Arkestra di Sun Ra, atterrati nel sempre amabile ambiente del Blue Note di Milano per il solito concerto-happening destinato a rimanere ben inchiodato nella memoria dei presenti.

Per essere chiari, qui stiamo parlando di gente che ha influenzato in maniera massiccia tutto e tutti – Frank Zappa & le Madri dell’Invenzione, Grateful Dead, Wu-Tang Clan, Al Kooper, Prince, Captain Beefheart, Steely Dan, Jimi Hendrix, Beastie Boys, Phish, Sly & The Family Stone, Gil Scott-Heron, Aquarium Rescue Unit, Funkadelic/Parliament, Medeski Martin & Wood, Public Enemy. Musicisti forti di un linguaggio esoterico, forti di misteri e formule rituali, forti di misticismo e cabala come quelli che ammantano tutta la biografia di quell’Oggetto-volante-non-Identificato venuto da chissà dove chiamato Sun Ra – aka Sonny Blount, dal Profondissimo Sud di Birmingham in Alabama (anche se tutti sappiamo che aveva ragione lui, il quale non ha mai smesso un secondo di raccontarci che arrivò direttamente da Saturno per convertire chiunque all’afro-futurismo). In breve, che lo racconti un fisico come Albert Einstein o un estroso jazzman, “lo spazio è il posto”!

Per 4 decenni Sun Ra ha istruito i suoi musicisti a improvvisare come fossero un’unica mente; e 25 anni dopo che Blount ha lasciato il mondo terreno – o che forse se ne sia tornato fra i gas di Saturno – tutti loro continuano imperterriti la missione: costruire musica quanto mai vicina al concetto di caleidoscopio, dove gli accostamenti stilistici vanno oltre il sorprendente. E dove passare dal vecchio swing al free più spinto produce un effetto onirico e mozzafiato di un salto tra 2 galassie più che di un semplice incrocio di strumenti. Anche stavolta, nell’incedere delle varie We Travel The Space Ways, Door Of The Cosmos, Space Is The Place, Stars Fell On Alabama di Frank Perkins – da sempre il tema guida dell’Arkestra, causa natali del saturniano Blount – Angels And Demons At Play e Saturn, il rituale è stato di quelli memorabili, oltre che di solita irriverenza degli Arkestr-ali verso la prevedibilità e la routine – disdegnatissime. E vista l’età di molti di quelli apparsi nel palco del Blue Note per 2 set di un’ora abbondante l’uno, la cosa ha ancor più dell’inverosimile.

Foto: © CoolMag

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