La musica, tutta la musica, ha sempre fatto parte integrante della mia vita. Sono nato in una famiglia dove tutti si erano diplomati in uno strumento musicale. Mio padre era un discreto violinista, mia madre un’abile pianista, mia nonna un’insegnante di pianoforte e sua sorella, la mitica zia Lydia (notare la y austriaca, prego!), una concertista classica, violoncellista e contrabbassista che aveva fondato l’allora famoso, tutto al femminile, Trio di Trieste. Per colpa di un tendine che si era spezzato, dovette rinunciare alla carriera ripiegando sull’insegnamento al Conservatorio. Tutta la musica, dalla tradizione classica fino alle canzonette di Adriano Celentano (passione di mia sorella), ha sempre fatto da sottofondo al nostro quotidiano.

Ero piccolo quando mio padre mi teneva sulle ginocchia, sulla sua poltrona, e insieme ascoltavamo Bach, Musorgskij, Haydn, Brahms, Vivaldi, Mozart e il suo compositore preferito, Beethoven. L’Allegretto dalla Settima Sinfonia ebbe il potere di folgorarmi e tuttora sono convinto che non esista un tema musicale altrettanto bello, coinvolgente e malinconico (è indicato come allegretto, pensate un po’…). Da lì è nato il mio amore per la Musica con la maiuscola. Mi ha salvato dai tentativi di suicidio, dalla droga, dal terrorismo… Alcuni miei amici hanno fatto quella fine. Io, per fortuna, potevo contare su di lei. E in particolare sul jazz.

Jack DeJohnette

Come tutti gli adolescenti della mia generazione, sono cresciuto con il mito del Progressive britannico. King Crimson, Emerson, Lake & Palmer (visti a 12 anni al Vigorelli di Milano), Pink Floyd, Colosseum e Yes, sono stati gli eroi, i miti da emulare. Da adoloscente mi regalarono la prima batteria, una Hollywood Meazzi (in alto, nella foto) che anni dopo ho scoperto essere lo stesso modello che Jack DeJohnette utilizzava nella formazione di Miles Davis. Da subito ho cominciato a suonare con gli amici nelle prime band. Dopodichè sono arrivati gli studi: il Conservatorio, la Civica Scuola di Musica, il maestro Campioni, i percussionisti del Teatro alla Scala.

Il jazz era comunque nel mio destino. Allora mi ispiravo a Bill Bruford e il suo stile era pieno zeppo d’influenze jazzistiche. D’altronde il suo mito è sempre stato Max Roach. Un giorno, stanco della ripetitività del rock di quegli anni, mi incuriosì un articolo su John Coltrane pubblicato sulla rivista Qui giovani.  Mi colpì a tal punto da imporre a me stesso che avrei ascoltato quella musica, facendola mia. Ciò che il recensore descriveva era esattamente quello che io cercavo: l’avventura, la sfrontatezza, il coraggio, la tensione verso le nuove sonorità, l’improvvisazione… Quanta magia in quella parola! Presi il mio Ciao blu, andai da Buscemi (il negozio di dischi più importante di Milano) e comprai A Love Supreme di John Coltrane e il suo straordinario quartetto. Da quell’ascolto, la mia vita è totalmente cambiata e il jazz è diventato la mia musica. Ascoltare quella ” preghiera ” ha modificato per sempre i miei gusti, la mia percezione musicale.

Poi ho cercato e studiato i Maestri, sono tornato indietro fino al ragtime e al blues rurale allo scopo d’approfondire la magia della musica, affascinante in ogni sua sfaccettatura. Miles Davis con Kind Of Blue, a mio modesto parere, ha raggiunto la vetta più alta di tale espressione artistica. Quell’album, per me, è il massimo del jazz: l’ingresso della tromba di Miles in All Blues, per fare un esempio, non ha assolutamente paragoni. Potete nominarmi tutti i trombettisti che volete, ma nessuno ha il carisma e il genio di Miles. Di colui che in maniera così violenta, come un pugno allo stomaco, mi ha rapito e conquistato. È nato il 26 maggio 1926, esattamente come mio padre: ecco perché era destino che diventasse il mio ” padre musicale “!

Come dicevo, ho approfondito lo studio e l’ascolto di tutto il jazz e di tutta la musica colta, incluse le ultimissime tendenze contemporanee, che in troppi considerano spazzatura e che invece aprono sviluppi meravigliosi. Bill Evans arrivò un pomeriggio. Avevo letto di lui, ma non mi sentivo ancora pronto ad ascoltare un trio di pianoforte, contrabbasso e batteria. Troppo intimo. Acquistai il suo disco e nulla fu più come prima: il dialogo fra piano e contrabbasso, piano e la batteria di Paul Motian, ossia di colui che non solo accompagna con i piatti e i tamburi ma colora, dipinge, cesella, impreziosisce, sottolinea ed esalta la musica, mi trasportò in una dimensione da Nirvana. Tutto era perfetto. Nessun trio pianistico, fino all’avvento dello Standards Trio di Keith Jarrett, si è rivelato così influente e fondamentale nello sviluppo del linguaggio jazzistico.

Poi è arrivata la stagione del jazz elettrico, un amore che prosegue ancora oggi. E quel baffuto signore viennese (ancora una volta le mie origini austriache, di cui vado orgoglioso…), cioè Joe Zawinul, che ho avuto la fortuna d’incontrare tutte le volte che suonava in Italia e che mi onorava della sua simpatia e della sua amicizia? Joe, Josef l’austriaco: il musicista più nero di tutta la storia del jazz era nato alla periferia di Vienna! I suoni che riusciva a creare con il suo Fender Rhodes e con i suoi sintetizzatori rimangono inimitabili, unici. Il cosiddetto jazz rock non è la musichetta che qualche ignorante crede sia. È arte finissima, con una dignità che tanto altro jazz non ha e non avrà mai.

La mia formazione politica, il mio essere marxista oggi più che mai convinto, mi ha portato invece a conoscere Charlie Haden: un comunista americano (un ossimoro?) che quando dà voce alla sua protesta e alla sua ribellione mi trova sodale, partecipe, commosso. Non mi vergogno ad ammettere che ogni volta che ascolto The People United Will Never Be Defeated mi scende una lacrimuccia. Charlie, inoltre, era il contrabbasso del più grande quartetto dopo quello di Coltrane: il Keith Jarrett Quartet. Southern Smiles, da Mysteries, è un brano che come pochi altri esprime appieno la grandezza di quella band. Poi, come vi ho accennato, il mio amore per la batteria coincide con il più grande di tutti. Il Batterista: Jack Dejohnette. Dagli esordì con Jackie McLean al quartetto di Charles Lloyd, fino alla band elettrica di Miles Davis, Dejohnette non ha mai perso un’oncia della sua personalità e della sua poesia. Lo ripeto: per me è un faro, al pari di Paul Motian.

Paul Motian

Tornando allo sviluppo di nuovi suoni, ritrovo Miles che nel 1986 mi regala l’album Tutu: 8 note immortali, indimenticabili, un ingresso su una straordinaria base di basso come nessuno avrebbe mai osato pensare. Il futuro del mio amato jazz? Non proviene dai ghetti neri, non è afroamericano ma appartiene alle desolate lande del Nord, alla mia amata Norvegia. Mi raggiunge con la tromba e le fantastiche diavolerie elettroniche di un geniale, iconoclasta folletto, Nils Petter Molvær, che ha spalancato le porte spazio-temporali per trasportarmi nel futuro, facendomi capire che il jazz è più che mai vivo: basta avere le orecchie attente a cogliere le novità, gli sviluppi e le proposte che non sempre arrivano dalle nuove generazioni.

Il jazz è per sua definizione una musica perennemente in divenire, votata al futuro, a tutto ciò che è nuovo. Quello che mi ha dato e che sempre mi darà è la capacità di emozionarmi, di sorprendermi, di coinvolgermi. Da ragazzo trascorrevo ogni sabato pomeriggio da Black Saint, il negozio di dischi in via Vincenzo Monti. Ero il ragazzino del gruppo che si confrontava con Franco Fayenz, Pino Candini, Giovanni Bonandrini e Giacomo Pellicciotti (che mi offrirà il 1° lavoro nel mondo della musica), i quali mi davano preziosi consigli, idee, spunti. Magari sarò un inguaribile romantico, ma il Jazz è amore per la Musica. E io? Sto ancora imparando…