Time in Jazz ha avuto il merito di portare il jazz e la musica contemporanea nel cuore della Sardegna, trasformando Berchidda e i territori circostanti in un grande palcoscenico a cielo aperto. Dedicata all’album Kind Of Blue di Miles Davis, la 39^ edizione ha proseguito questa vocazione all’apertura e alla contaminazione, portando a Berchidda artisti e linguaggi differenti. Ed è proprio in questo contesto che il 12 agosto 2026, in Piazza del Popolo, è sbarcato il trombettista norvegese Nils Petter Molvær con Khmer, progetto che sembra fatto apposta per spostare i confini della musica jazz.

Un’illuminazione rossa accende la scena. È il 1° segnale che qualcosa sta per accadere. Poi arriva la musica e lo fa con una forza quasi fisica. Una ritmica carica, potente, impetuosa, costruisce subito una tensione che attraversa la piazza. Sopra questo magma sonoro si staglia la tromba di Nils Petter Molvær: non è semplicemente uno strumento che conduce la melodia, ma una voce che sembra arrivare da un altro spazio, fatta di suoni sospesi, atmosfere, echi e improvvise aperture.

Khmer si presenta così, senza bisogno di dichiarare i propri confini. Jazz, elettronica, ambient music e una componente quasi rock convivono in un flusso sonoro dove ogni elemento contribuisce alla costruzione di un paesaggio. La chitarra di Eivind Aarset entra nel tessuto musicale con una continua ricerca timbrica, riempiendo lo spazio di sonorità elettroniche e ambient. Insieme a Jan Bang e a DJ Strangefruit, contribuisce a creare una materia sonora in costante trasformazione, dove è difficile distinguere ciò che nasce da 1 strumento da ciò che viene generato o manipolato elettronicamente. Poi, cuore pulsante del concerto, ci sono il basso di Audun Erlien le batterie di Rune Arnesen e di Per Lindvall. Sono loro a dar corpo alla musica, costruendo ritmiche impetuose che spingono di continuo il suono in avanti. Il risultato è una tensione quasi ipnotica: da una parte il ritmo, fisico e incalzante; dall’altra la tromba, libera di galleggiare sul movimento, aprire spazi, creare atmosfere. È proprio questo contrasto ad aver reso particolare l’esperienza.

Jan Bang
La musica non sembra procedere semplicemente da 1 brano all’altro, ma costruisce davanti al pubblico una successione di ambienti sonori. Il rosso iniziale delle luci sembra anticipare quello che accadrà: un concerto immersivo, in cui la componente visiva e la componente sonora finiscono inevitabilmente per incontrarsi. Ascoltando Molvær viene quasi naturale pensare alla pittura. I suoni non sono solo note, bensì materia: la batteria traccia segni netti e ripetuti, il basso crea una base profonda, l’elettronica dilata lo spazio e la tromba aggiunge pennellate leggere, a volte evanescenti, altre volte incisive. È una tipologia di jazz che non cerca una direzione ben precisa, ma esplora lo spazio che si crea fra ritmo, silenzio, elettronica, improvvisazione.

Audun Erlien e Rune Arnesen
© Alessandro Curadi
Forse è proprio questo il senso di Khmer: non un genere musicale da definire, ma un territorio da attraversare. Jazz, elettronica, ambient e rock s’incontrano in un flusso sonoro difficile da definire. E mentre ascolto, dipingo alla ricerca della somiglianza ma anche della sintesi. Vengo trascinato dentro questa massa sonora. Cerco l’essenza del musicista: un gesto, una postura, una linea, una macchia di colore. Non posso dipingere tutto quello che accade. Devo scegliere. La tromba diventa così una pennellata sospesa; le batterie, una serie di segni ritmici; l’elettronica, la materia e la profondità. È qui che la musica e la pittura si sono incontrate: nella ricerca dell’essenziale, cercando di non smarrire l’emozione irripetibile del momento.
