C’è già tutto nel titolo: A Supreme Blue. L’ultimo progetto del trombettista americano Nicholas Payton, nasce dall’incontro ideale fra Kind Of Blue di Miles Davis e A Love Supreme di John Coltrane: 2 dischi che hanno cambiato per sempre il modo di pensare e di ascoltare il jazz. Ma Payton non ha provato a ricostruirli e tantomeno a omaggiarli dal punto di vista filologico: se ne è appropriato come materia viva, inserendoli in un linguaggio contemporaneo fatto di groove, hip hop e contaminazioni.

Nicholas Payton
Il 14 agosto 2026, sul palco della rassegna Time In Jazz, a Berchidda, Payton è affiancato da Charlie Hunter alla sua hybrid guitar, Greg Hutchinson alla batteria e Rick Margitza al sax. Ma è lo stesso trombettista a offrirci una delle immagini più sorprendenti del suo concerto: per gran parte della serata rimane seduto alle tastiere costruendo un groove poderoso, quasi fisico. La tromba, allora, ci raggiunge come una voce che emerge da questa trama ritmica, mentre lui alterna i 2 strumenti con una naturalezza che restituisce al progetto una dimensione attualissima.

Charlie Hunter
Hunter è un altro elemento fondamentale dell’impasto sonoro. Il suo particolare strumento gli consente di passare dalla chitarra al basso, assumendo al tempo stesso funzioni armoniche e ritmiche. Il risultato è un suono mobile, elastico, che sostiene il gruppo spostandone gli equilibri. Poi c’è Hutchinson: una macchina da guerra. La sua batteria imprime al quartetto un’energia sempre sul punto d’esplodere. A fine concerto, parlando con lui, mi ha colpito una sua frase: quando è in scena si sente «come un bimbo di 3 anni». Definizione efficace, per descrivere il rapporto istintivo con il live. Mi ha spiegato, inoltre, quanto lui stesso lavori sulle vibrazioni; su quella particolare energia che nasce quando i musicisti e il pubblico si trovano nello stesso spazio, allo stesso momento.

Greg Hutchinson
È stata proprio questa ricerca della vibrazione del presente a pilotare A Supreme Blue. Gli arrangiamenti hanno attraversato Miles & Coltrane senza timore di contaminarli con i suoni contemporanei. Non c’è stata nostalgia, ma volontà di verificare cosa possano dire ancora oggi quelle musiche. Ed è qui che insieme al mio amico Claudio abbiamo individuato anche una possibile zona d’ombra del progetto. Nella rilettura dei brani di Coltrane, in particolare quelli legati all’album A Love Supreme, la ricerca di una maggiore fruibilità ha un po’ attenuato quella dimensione spirituale, quasi trascendente, che rendeva quelle composizioni uniche.
Scelta legittima e coerente con la visione di Nicholas Payton, ma che inevitabilmente ha modificato la natura di quel materiale. Quella tensione verso qualcosa di più profondo, presente nella musica di Coltrane, è sembrata a tratti concedere spazio a una lettura più immediata, più groove-oriented. Si è forse guadagnato in accessibilità, ma qualcosa di quella spiritualità originaria ha rischiato di rimanere sullo sfondo.

Rick Margitza
© Alessandro Curadi
Ma forse è proprio questo il senso di A Supreme Blue: non proteggere 2 monumenti del jazz sotto una teca, ma rimetterli in circolo rischiando di modificarli. Payton li ha presi, mescolati, attraversati con il suo linguaggio e restituiti al pubblico come musica del presente. A Berchidda, insomma, A Supreme Blue non si è rivelato solo un tributo al trombettista e al sassofonista. Resta però una domanda: cosa significa, oggi, confrontarsi con 2 capolavori del jazz che sembrano appartenere all’eternità? La risposta di Payton è stata tutta nel groove, nelle vibrazioni del palco e nella libertà di trasformare la tradizione senza mai smettere di dialogare con essa.
