Music

Neil Young + Stray Gators – Tuscaloosa (Warner/Reprise)

In un mondo digitalizzato, frammentario, lavico e confuso come questo, sarebbe davvero un peccato che questa nuova istallazione degli Archives di Neil Young si perdesse in un niente, come non sarebbe accaduto nell’era analogica. Già, perché Tuscaloosa è un tassello fondamentale della storia primi anni 70 del Loner canadese, integrazione a quel Time Fades Away (1973) che all’epoca fu uno degli sgarri più belli e clamorosi allo stardom musicale: ossia un disco live pressoché di inediti appena dopo Harvest (1972), registrato in sale concerti piuttosto sconcertate a vedere l’artista non passare al facile incasso bensì arrovellarsi angustiato su se stesso.

Young, pochi mesi fa, disse che a breve sarebbe toccato a Time Fades Away II. Lunatico com’è, ha cambiato il titolo ma eccolo qui TFA II. Contrariamente al vecchio album del 1973, che fu un collage di varie date e che, peraltro, ha avuto una vita di catalogo volutamente travagliatissima (ancora oggi in Cd lo si trova solo in un cofanetto uscito un paio di anni or sono), Tuscaloosa è il frutto di una sola data, appunto il 5 febbraio 1973 a Tuscaloosa, Alabama. E ai più attenti ai mood younghiani, non sfuggirà che si tratti di una nuova provocazione: all’epoca, nei 2 dischi precedenti di studio regalò 2 classici come Southern Man e Alabama, pezzi di lampante intento politico molto radicale e che qualche protesta laggiù, nel Profondo Sud, la scatenarono come poi fu nel 1974, fra l’altro, il fragoroso statement dei Lynyrd Skynyrd in Sweet Home Alabama (“Well I heard Mister Young sing about her/Well, I heard Ol’ Neil put her down/Well, I hope Neil Young will remember/A southern man don’t need him around anyhow“).

Su tutto, il gruppo: gli Stray Gators guidati da Jack Nitzsche, l’antico braccio destro di Phil Spector che all’epoca era il sodale più vicino a Ol’ Neil. Una band che nel tempo si è rivelata la più eroica fra quelle usate dal canadese, Crazy Horse compresi. Neil e Jack, che già collaboravano fin dai tempi dei Buffalo Springfield (fondamentale l’apporto produttivo di Nitzsche in 2 pietre miliari come Expecting To Fly e Broken Arrow), passando per l’omonimo esordio solo younghiano del 1969 e l’indimenticabile collaborazione con Buffy Sainte-Marie in She Used To Wanna Be A Ballerina (1971), dove Jack trascinò l’amico e i Crazy Horse (di cui fece anche brevemente parte) a marchiare parte del capolavoro della sua allora compagna di vita e di musica. Ma è in Harvest e nel post-Harvest che i 2 raggiunsero un livello di assoluta padronanza del mezzo e, sopratutto, di sound – approntando un’irripetibile miscela di Cosmic American Music come se n’è ascoltata poca, prima e dopo.

I sofisti di Neil Young vanno accontentati nell’indicare come rispetto a TFA (dove il batterista era Johnny Barbata) qui si trovi Kenny Buttrey, leggendario turnista di Nashville amatissimo anche da Elvis Presley, Bob Dylan e Good Lightfoot – quel tour, appunto, li vide avvicendarsi. Sottigliezze che fanno la differenza, nelle “lune di raccolta” del Loner. La macchina Stray Gators, completata da Ben Keith (pedal steel) e Tim Drummond (basso), con Jack al piano a dirigere con Neil i movimenti, è così pronta e qui dentro regala più di una cinquantina di minuti mozzafiato, sebbene il concerto sia incompleto – e, con mossa mica troppo simpatica, il canadese fa sapere che The Loner e On The Way Home «…potrebbero alla fine essere postate on line nel sito dedicato agli Archives». Ma bando alle ciance. Neil attacca con un 1-2 in solo da pelle d’oca con la stupenda Here We Are In The Years, che da pianistica che era nel primo disco solo qui diventa una ballata sempre sofferta ma per chitarra acustica; e l’arcinota After The Gold Rush, stupendo trip in 3 passaggi fra passato-presente-futuro nel più classico onirismo del Maestro di Winnipeg. Poi arrivano gli Alligatori Randagi per una tetralogia harvestiana (Out On The Weekend, Harvest, Old Man, Heart Of Gold) che è l’immacolata West Coast entrata nel mito ma che Neil Young ha sempre tratteggiato con serpeggiante (auto)molestia. Incantati andiamo avanti, perché il meglio deve ancora venire.

Il lato B (utilizzando un linguaggio desueto tornato di moda) è anche meglio, come già l’attacco della incolta, scontrosa e travolgente Time Fades Away che impercettibilmente suona anche meglio di quella resa ufficiale nell’album di qualche decennio fa. Il 1973, tra i tanti laceranti drammi del giovane Neil, è anche l’anno dov’è cogitato Tonight’s The Night, album poi messo in naftalina per 2 anni: qui scintillano le mitragliate di Lookout Joe, espressamente dedicata ai soldati mandati in Vietnam; e una sorprendente New Mama, iper elettrica rispetto all’acquarello acustico degno di CSN&Y che poi sarà immortalato con i Santa Monica Flyers nel disco del 1975.

A Tuscaloosa non poteva mancare Alabama: esecuzione arcigna, di chi guarda negli occhi cosa non gli piace e fa di tutto per rivelare la propria provocatoria prostrazione (“Oh, Alabama/The devil fools with the best laid plan/Swing low, Alabama“). Il finale è il trionfo Stray Gators – ossia Don’t Be Denied, che già in Time Fades Away era il centerpiece e qui svela ancor più anima, profondità, assillo di un autoritratto che, volendo azzardare, nel testo sembra un prequel di Ambulance Blues; siamo nell’Eden ma qualcosa sinistramente striscia e turba il cagnaccio Neil. All’improvviso una notte a Tuscaloosa, Alabama – che rivive e s’impone!

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