Music

John Fogerty – Fogerty’s Factory (BMG/A Buzz Supreme)

Di dischi “in famiglia” ne abbiamo già visti diversi. Vedi The McGarrigle Hour (1995)/The McGarrigle Christmas Hour (2005) dove Kate & Anna McGarrigle chiamavano a sé tutto il clan, da son Rufus Wainwright a father Loudon Wainwright fino alla sorella di spirito Emmylou Harris. Oppure vedi Family (2014), dove Richard Thompson era circondato dall’ex moglie Linda nonché da figli, nipoti e affiliati. Adesso tocca a colui che, insieme a Chuck Berry e Brian Wilson, è stato la più clamorosa macchina da hit della musica americana: naturalmente John Fogerty, l’uomo cui si deve tutto il mito Creedence Clearwater Revival.

La differenza con i sopracitati McGarrigle/Thompson è che, cognome a parte, Shane, Tyler e Kesley sono dei perfetti sconosciuti. Fa anche sorridere che accreditata a produrre il tutto sia Julie Fogerty, la biondissima all American moglie di John: già, produrre Fogerty sembra un ossimoro, lui che alla casa discografica canzoni e album li ha sempre consegnati fatti e finiti come diavolo volesse lui, che tanto erano già perfetti così (narra la leggenda che il primo disco CCR fosse letteralmente il demo consegnato alla Fantasy Records, che non vi pensò 2 volte a pubblicarlo così com’era…). Ma bando alle ciance, qui tocca parlare di Fogerty’s Factory, il family album dell’ex CCR – che già mette di buon umore con la copertina di Cosmo’s Factory (1970) dei CCR rivisitata con la prole al posto dei vecchi compagni. Molto, molto divertente e ironico.

Il disco va preso come un’appendice a una carriera più che gloriosa, un divertissement fatto da chi ha già ottenuto tutto – e che proprio quest’anno tocca i 75 giri puliti intorno al sole. Tanti auguri e rispetto smisurato. L’artista californiano semplicemente ha preso i suoi pargoli, li ha fatti sedere in circolo nello studio di casa ed è come se avesse detto loro: ragazzi Proud Mary, Bad Moon Rising e Have You Ever Seen The Rain? suonano così – e stesso dicasi per gioielli solisti come Centerfield, Blue Moon Nights, Don’t You Wish It Was True e Blueboy. Kids siate semplici e diretti, insomma. Che tanto, lo sappiamo, roba come Fortunate Son, che qui sembra quasi il demo di un punk band, e Tombstone Shadow, epitome del jammin’ blues, arriva sempre e comunque dritta dove deve giungere: a smuovere stomaco e anima.

John Fogerty con Bill Withers alla 36th Annual Songwriters Hall of Fame Induction Ceremony, 2006

Brother John, uno che mai lascia alcuna cosa al caso, qui butta lì un paio di pepite in forma di cover che si faranno ricordare. La prima è City Of New Orleans di Steve Goodman, classicissimo già nei repertori di gente quale Willie Nelson, Arlo Guthrie, Johnny Cash e Judy Collins – che Fogerty & Sons ripropongono semplice-semplice come una folk song da suonarsi intorno al fuoco in una notte di cielo stellato ovunque si voglia negli sconfinati spazi del West americano (“Buongiorno America, come stai? Non mi conosci? Sono il tuo figlio nativo/Sono il treno che chiamano la città di New Orleans/Sarò andato per cinquecento miglia quando il giorno sarà finito“). L’altra è Lean On Me dell’amatissimo e recentemente scomparso Bill Withers, pezzo che in U.S.A. è tornato prepotentemente alla ribalta come inno ufficioso di resistenza durante la pandemìa di Coronavirus, dove razzismo e violenza dilagano – che l’ex CCR introduce così: «Stiamo vivendo un momento a dir poco straordinario. I manifestanti in tutta America e in tutto il mondo si stanno opponendo a quel male che è il razzismo. Sono così orgoglioso delle persone di questa giovane generazione, che ci fanno ricordare ciò che siamo davvero. Alcune persone vorrebbero che qui non si parlasse di politica. Qui, però, non si tratta di politica ma si tratta di diritti umani, si tratta di empatia, si tratta di compassione». Il resto lo fanno il piano elettrico, la voce particolarmente appassionata di John Fogerty e una canzone, quasi banale a dirsi, già dal 1972 destinata a durare per sempre. Giusto, abbiamo tutti bisogno di qualcuno su cui far conto.

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