Music

Jimmy Webb – SlipCover (BMG/S-Curve)

L’hippie (si fa per dire) che forniva di canzoni assolutamente clamorose – da Wichita Lineman a By The Time I Get To Phoenix passando per Galveston – il “conservatore-reazionario” (si fa per dire) Glen Campbell, tanto che qualcuno lo descrisse, non a torto, come dell’erede di Brian Wilson nel tener testa allo stra-dominio dei Beatles nelle classifiche dei secondi 60s. Il ragazzino cresciuto nella chiesa battista del padre pastore, nel cuore dell’Oklahoma. Il songwriter nord-americano più “coverizzato” della sua generazione con Bob Dylan, Kris Kristofferson e Gordon Lightfoot. L’edonista che se la spassava fra coca e Rémy Martin con sodali della bisboccia tipo Ringo Starr, Harry Nilsson e John “Lost Weekend” Lennon nella Los Angeles extralusso degli anni 70 – The ‘Me’ Decade, la chiamava lo scrittore Tom Wolfe. Detto in breve: Jimmy Webb è davvero fra le soundtrack portanti di più generazioni come pure di diversi strati sociali e generi musicali.

Dopo l’eccellente doppietta Just Across The River (2010)/Still Within The Sound Of My Voice (2013), album dove rivisitava parte del suo strabiliante repertorio con ospiti presi dalla Seria A anglo-yankee (Lyle Lovett, Brian Wilson, Linda Ronstadt, David Crosby, Graham Nash, Kris Kristofferson, Art Garfunkel, Billy Joel, Joe Cocker, Glen Campbell, Mark Knopfler, JD Souther, Jackson Browne, Vince Gill – ed è solo una parte della lista), eccolo pubblicare un disco che davvero non ci aspettavamo: fatto di cover, strumentale e per di più solo piano. SlipCover, raccontano le cronache, nasce da una sera trascorsa in compagnia dell’amico-collega Randy Newman, dove i 2 se la raccontavano seduti al loro arnese favorito, il pianoforte. A un certo punto Jimmy attacca Marie, stupenda ballata di Randy dal capolavoro Good Old Boys (1974). Finito il pezzo, un Newman commosso suggerisce a Webb di incidere tutto un album per solo piano. Detto, fatto.

Sulla carta l’idea sembra vincente, tanto più che Webb sceglie una serie di brani altrui a lui cari come Moonlight Mile (Rolling Stones), Accidentally Like A Martyr (Warren Zevon), naturalmente la già citata Marie, Pretty Ballerina (Left Banke), All In Love Is Fair (Stevie Wonder), A Case Of You (Joni Mitchell) e diversi altri, oltre all’auto-cover di quello che forse è il suo pezzo più memorabile, The Moon’s A Harsh Mistress (da Joe Cocker in poi, innumerevoli sono le versioni) e SlipCover è pronto. Il problema, ahinoi, è il risultato. Va bene che il disco è lo sfizio di un mostro sacro e tutto il blah blah blah che volete, ma l’ascolto della manciata di brani mostra un taglio decisamente scolastico nell’esecuzione, se non addirittura impacciato. Nel 2019, insomma, scopriamo che Jimmy Webb non è un virtuoso dei tasti ebony & ivory. Ce ne faremo una ragione. Certo che se un repertorio del genere fosse finito fra le dita del mago Cosmic American Music al pianoforte George Winston, per dirne uno, avremmo goduto non poco. Così non è – e a Mister Webb, comunque, continueremo sempre a portare ossequio, come d’obbligo.

Foto: Jimmy Webb
Glen Campbell, Jimmy Webb, Harry Nilsson
John Lennon, Jimmy Webb, Harry Nilsson

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