Music

Jakob Dylan – Echo In The Canyon/The Birth Of The California Sound (Clean State/BMG)

Nei primi mesi del 2019 si è parlato molto del documentario Echo In The Canyon, dove quel gran “figlio di…” di Jakob Dylan, in momentanea pausa dai Wallflowers, si è cimentato alla ricerca dell’Eden vergine della California anni 60 – giovane Virgilio un Easy Rider quasi 50enne che interagiva con gli eroi di quell’epoca magica, rugosi ma indomiti: Brian Wilson, Tom Petty (nella sua ultima intervista concessa), Ringo Starr, Eric Clapton, Lou Adler, Stephen Stills, Roger McGuinn, Michelle Phillips, David Crosby, Jackson Browne e Graham Nash. Un bel risultato, che idealmente potrebbe far parte di una tetralogia che comprende anche il film Grace Of My Heart (1996), sorta di biografia (molto) romanzata di Carole King; e i documentari Hotel California/LA from The Byrds To The Eagles (2007) e Troubadours/The Rise Of The Singer-Songwriter (2011). Rompiballe che siamo, tuttavia, di Echo In The Canyon contestiamo il sottotitolo: The Birth Of The California Sound è fuorviante, visto che qui si tratta di una deep immersion nel sound di Los Angeles piuttosto che dell’intero Golden StateSan Francisco, con i suoi Charlatans, Grateful Dead, Jefferson Airplane, Quicksilver Messenger Service e Country Joe & The Fish, non è considerata e ovviamente è un’altra storia, è un’altro parallelo ed è un altro suono. Se interessati, per Frisco esistono gli straordinari doc The Life And Times Of The Red Dog Saloon (1996) e Rockin’ At The Red Dog/The Dawn Of Psychedelic Rock (2001) – imperdibili per ogni serio cultore delle faccende musicali West Coast.

Puntuale, arriva anche l’album – che poi è il 3° lavoro in solitaria di Jakob nonché primo album di cover. Battutaccia: la pletora di ospiti che a brevissimo insieme scopriremo, probabilmente si venderebbero quanto di più caro per una comparsata in un disco di Dylan Sr – ma visto che il Nobel oggidì non si concede, va bene anche Dylan Jr, che peraltro da che apparve nei primi anni 90 con i Wallflowers si è sempre dimostrato serio, affidabile e degno di riguardo, reggendo molto bene il peso di cotanto padre. Ma bando alle ciance, Echo In The Canyon è una bella sgroppata fatta con gusto e scelta cucita per bene dei pezzi da mettere nei solchi, che nei 13 episodi proposti immortala un’epopea che come cartoline da spedire per il mondo ha il Sunset Strip, il Troubadour, i giardini in mezzo alle rocce del Laurel Canyon, il californiadreamin’ e sopratutto… i Byrds.

Già, i Byrds. Un po’ tutto l’album viaggia attraverso begli arrangiamenti che profumano di jingle jangle squillante ma pure di ardite esplorazioni a 360° tipiche di Roger McGuinn, anche se Jakob non fa il retrò ma mantiene tutto su peculiari registri di American Music che per sua stessa ammissione è legatissima ai Big Star, a Tom Petty & The Heartbreakers, ai Replacements e al suo idolo John Doe (X). La matematica però non mente: ben 5 i brani scelti del repertorio Uccelly, ognuno a rappresentare un lato diverso della loro intricata vicenda (come sa bene il giornalista Pete Frame, titolare dei leggendari Rock Family Trees). Il folk vecchio stampo ma rinnovato è ovviamente lì a brillare con The Bells Of Rhymney di Pete Seeger, con ospite un diafano Beck. L’immateriale psichedelica di David Crosby brucia con What’s Happening, con un tesissimo Neil Young alla chitarra elettrica che davvero fa sobbalzare – probabile highlight del lavoro, detto in breve e con decisa certezza. La vena Dylan Sr/John Lennon & Paul McCartney pressoché in perfetto equilibrio di Gene Clark (e aiutino di McGuinn) emerge con You Showed Me, ospite Cat Power, gemma che i Byrds lasciarono inedita per molti anni – per l’ufficialità si è dovuto attendere sino a Preflyte Sessions (2001). La rediviva Fiona Apple rende davvero speciale It Won’t Be Wrong, duetto risoluto con il protagonista che magnifica “zio” Roger. A chiudere il cerchio Byrds, per il fianco cantautorale non è scelto un numero di Dylan Sr, come forse ci si attenderebbe, bensì lo stupendo Goin’ Back di Gerry Goffin & Carole King (la prima versione però è di Dusty Springfield, 1966) che sfavillava in The Notorious Byrd Brothers (1968): fa ancora capolino Beck e i 2 fanno davvero bingo, buttando lì un altro momento particolarmente luminoso della raccolta.

Ben 2 i brani dei Buffalo Springfield: Questions di Stephen Stills con un gran Eric Clapton ispiratissimo come non mai alla chitarra (e come vorremmo sempre sentirlo suonare); e Expecting To Fly, sognante capolavoro di Neil Young che Jakob, accompagnato da Regina Spektor, trasfigura in un bel e languido country, complice anche la steel guitar di Greg Leisz. Non esisterebbe California se non vi fossero i Beach Boys, anch’essi omaggiati con doppio colpo dritto-rovescio: In My Room, di nuovo duetto con Fiona Apple, delicata quanto sottile ode in 7 note alla masturbazione annata 1963 (i Who 3-4 anni dopo provvederanno a fare qualcosa di più sporcaccione con Mary Anne With The Shaky Hand, in caso foste interessati al filone e-rock-tico 60s); e I Just Wasn’t Made For These Times, convitato ancora Neil Young – i 2 rielaborano uno dei vertici di Pet Sounds (1966) con una vena pop-baroque cantautorale che immaginiamo possa aggradare Brian Wilson, che probabilmente se la ride seduto al pianoforte di casa. Piccola annotazione: finalmente Young si è deciso a incidere il brano dei BB, che come egli raccontò fece da colonna sonora al suo arrivo in California a metà 60s e che poi usò benissimo, versione originale gruppo dei Fratelli Wilson & Co, nel suo esordio alla regia con il cult movie Journey Through The Past (1972) e relativa colonna sonora. Son soddisfazioni!

Il viaggio Virgilio-Easy Rider di Jakob continua e si conclude con scelte e accompagnatori tutt’altro che scontati. Per esempio, che ne dite dei Monkees che se la fanno con moderni stoner tipo Queens Of The Stone Age/Eagles Of Death Metal? Qui accade che l’easy pop in origine assai corny di She veda Dylan Jr duettare con Josh Homme – bizzarro ma riuscito. In un disco del genere non potevano mancare gli anfitrioni della L.A. del decennio “dove successe tutto”, naturalmente i Mamas & Papas: il californiadreamin’ è ben giocato con Go Where You Wanna Go, ossia aplomb del Wallflower-in-solo perfettamente in equilibrio con la voce a squarciagola di Jade Castrinos (Edward Sharpe & The Magnetic Zeros). Volevate i Doors? Nope – ma, con nuova puntata di Regina Spektor, non mancano i Love, quelli speciali di No Matter What You Do, non la farfalla di Forever Changes (1967) ma l’ancora crisalide in vena Byrds del primo album, annata 1966. Chiude tutto Never My Love degli Association, celebrata in veste allusivamente sensuale con il cameo di Norah Jones, tutto come se fosse una ballata di quelle che facevano Lee Hazlewood e Nancy Sinatra – che peraltro avremmo visto benissimo essere citati in questo disco, loro che nella L.A. dei tempi che furono spadroneggiavano.

Foto: Jakob Dylan con Regina Spektor, Beck e Cat Power
Insieme a Fiona Apple
Al fianco di Eric Clapton
Con Ringo Starr e Stephen Stills

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