Music

Gwenifer Raymond – Strange Lights Over Garth Mountain (Tompkins Square Records)

Se non è un algoritmo, se non è la diavoleria di qualche app, se lo spiritosone di turno non ci ha preso per i fondelli con Garage Band et similia e se qualcuno non ha perpetrato la più clamorosa delle “taroccate”, è abbastanza chiaro che davanti a Gwenifer Raymond siamo al cospetto di una fuoriclasse della chitarra. Ma poiché a pubblicarne gli album è la sempre grande Tompkins Square, che fra ristampe e nuovi artisti è fra il meglio in circolazione – vedi Robbie Bǎsho, Michael Chapman, Tim Buckley, Philip John Lewin, Sam Burton, Brigid Mae Power, Jack Rose, Wall Matthews, Hiss Golden Messenger, Roscoe Holcomb e diversi altri – il sigillo di qualità è certificato.

35 anni tondi, gallese ma residente nell’East Sussex vista mare di Brighton, addirittura un Dottorato di Ricerca in Astrofisica – la chitarrista con Strange Lights Over Garth Mountain bissa l’esordio You Never Were Much Of A Dancer (2018), disco che a dir poco aveva ammaliato. Qui siamo di fronte a una pazzesca erede dei più grandi chitarristi acustici degli ultimi 50-60 anni di musica anglo-americana, da John Fahey a Davy Graham, da Michael Chapman a Leo Kottke fino a Jack Rose e Wilburn Burchette – roba che metti a far girare i suoi dischi e quasi non riesci a credere che nel 2020, fra pandemìe e reality show che dilagano, qualcuno faccia una musica di corpo e spirito come la Raymond.

Gwenifer Raymond

Per chi ne fosse curioso, il Monte Garth cui fa riferimento il titolo dell’album segna il sud-est delle valli minerarie gallesi con il nord-ovest della città di Cardiff – monte che alla giovane Gwenifer si stagliava dinnanzi ogni qual volta ella guardava fuori della finestra. Nota di colore e ricordi a parte, Strange Lights Over Garth Mountain nei propri 44 minuti è un vero paradiso di quello che Fahey, geniale in ogni suo espressione (compresa quella letteraria, come chiunque può confermare dopo aver letto i suoi scritti dedicati alla musica), definì “primitivismo americano”, una specie di sottile linea che raccorda tutto il folk-blues che come in un Mississippi immaginario bagna Skip James, Jimmie Rodgers, Robert Johnson, Hank Williams, Son House – su fino alla fonte primaria di tutto e di tutti, il grande scrittore Mark Twain.

Qui la ragazza, vi è poco da fare, incanta a ogni mossa, in una sorta di “primitivismo gallese”, fra trame intricate ma pure molto emozionanti: Hell For Certain sfiora, e non poco, la raga music nello stile del compianto Davy Graham (spiace per George Harrison, Brian Jones e Jimmy Page: meglio ricordarlo, nella musica il raga in terra brit l’ha introdotto lui…); Worn Out Blues è dolente come le 12 battute più commosse (e commoventi) dei grandi eroi in 7 note anteguerra ma con tocchi di puro Fahey; Gwaed Am Gwaed (“sangue su sangue” in gallese) è folk in purezza della sua terra; Marseilles Bunkhouse, 3AM è un’altra sortita nei mondi faheyiani; la stessa Strange Lights Over Garth Mountain è un viaggio di 7 minuti precisi che svela emozioni interiori che si spalancano al mondo; fino all’ossessivo e dal fingerpicking poderoso Eulogy For Dead French Composer – che sarebbe bello anche capire a chi sia dedicato, sebbene saremmo pronti a scommettere i nostri 2 penny su Erik Satie. Ah, trattasi pure della seconda dedica diretta incisa, siccome nell’album d’esordio trovate la magnifica Requiem For John Fahey.

Ma lasciamo l’ultima parola a Gwenifer Raymond, che spiega in modo equilibrato l’intera opera: «Strange Lights Over Garth Mountain contiene 8 composizioni. Tutte sono state registrate in un appartamento nel seminterrato nel centro di Brighton, dov’ero bloccata in mezzo alla pandemìa globale. Le ho registrate io stessa. Il coronavirus potrebbe aver dettato la circostanza in cui l’album è stato registrato ma non ha altrimenti “informato” alcuna delle composizioni che lo attraversano. La verità è che l’esser cresciuta in Galles non era un tema fortemente presente nel mio primo disco – ma mi sembra che i miei ricordi di quel tempo abbiano iniziato a insinuarsi nelle melodie di questa nuova avventura. A mio parere, il paesaggio fa molto per plasmare la musica folk di una comunità – dalla mia infanzia ricordo alberi alti e spettrali, neri contro il cielo grigio, il respiro che si annebbia nell’aria fredda e ho cercato di prendere qualcosa dell’orrore popolare gallese per creare il mio “primitivo gallese”». A naso, questa è un’artista che seguiremo per molto tempo.

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