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Giorgio Moroder (Teatro Ciak, Milano, 17 maggio 2019)

Il nonno che tutti vorremmo avere – o forse anche il “papi”? – L’uomo che da Ortisei nel pieno della Val Gardena ha conquistato il mondo con la disco music, con le colonne sonore e sopratutto con «il sound del futuro», come ebbe a dire Brian Eno a David Bowie nel 1977 in procinto di affrescare la Trilogia BerlineseDavid, I’ve heard this: it’s the sound of the future»). Si chiama Giovanni Giorgio ma tutti lo chiamano Giorgio, Giorgio Moroder, come sanno tutti quelli che hanno ascoltato “quel” disco-monstre dei Daft Punk: tizio che con savoir faire è triplo Oscar, ha in casa qualche Grammy Award e probabilmente riceve assegni royalties annuali con cifre da capogiro – e che per lui il Teatro Ciak di Milano si è presentato pieno imballato di quelli che erano 3.000 accorsi, abbondanti. L’artista, divertito e pacioso, accompagnato da un’orchestra pingue con 4 vocalist, sezione archi e tutto il resto, ha comandato a proprio piacimento palco e platea per 2 ore dove sono bastati pochi istanti perché il pubblico si alzasse e non la smettesse più di ballare.

A 1 anno dai fatidici 80 anni, Moroder si è inventato un tour simile a quello di certi suoi colleghi come Burt Bacharach, Ennio Morricone, John Carpenter o anche John Barry (quand’era in vita), dove riassume una carriera multiforme e di successo planetario – il tutto con cipiglio cordialmente infettivo. Entra in scena sulle note di Midnight Express, il pubblico va in automatico in modalità ovazione e lui ricambia con il suo primo successo, quella Looky Looky che nel 1969 lo vide protagonista al Cantagiro «con Adriano Celentano», tiene a sottolineare con il suo divertentissimo accento altoatesino che fa tanto baita & grappino, a dispetto di Hollywood, dello Studio 54 e del jet-set in generale.

Da quel momento la cavalcata è quella della colonna sonora degli ultimi 5 decenni, che fra kitsch e ritmi/melodie contagiosi ha invaso l’etere a tutte longitudini con i temi genialmente “corny”, inarrestabili e dilaganti di Top Gun, de La storia infinita e di Flashdance (quest’ultimo ha letteralmente infiammato il pala-tenda milanese). Divertentissimo quando, poi, racconta aneddoti, tipo quello sui leggendari Musicland Studios di Monaco di Baviera, che vale la pena riportare: «Li apro e nel giro di 3 mesi non riesco più a trovare ore per registrare le mie cose. Tutti vogliono registrare da noi: Led Zeppelin, Queen, David Bowie, Iggy Pop, Rolling Stones, Marc Bolan, Elton John», racconta svagato tipo se stesse narrando di come 2 ore prima abbia fatto la spesa al supermercato. E il pubblico che pende dalle sue labbra.

Clou della serata, e non potrebbe essere altrimenti, tutto il repertorio disco music inciso con Donna Summer, la grande cantante di Boston scomparsa nel 2012. Partono le note di Love To Love You Baby e non si può fare resistenza, l’atmosfera è quella di una discoteca 70s dal feeling sfrenato e godereccio – situazione che non fa altro che rendersi incandescente passando per Bad Girl, On The Radio, I Feel Love – il pezzo più ballato di tutti i tempi? Quite possible – Last Dance, Hot Stuff, con climax raggiunto con MacArthur Park di Jimmy Webb, numero dove addirittura la voce è proprio quella della Summer, con l’orchestra che le suona appresso. Trucco, peraltro, usato anche nella proposta di Cat People (Putting Out Fire), che Moroder scrisse con Bowie ai tempi di Let’s Dance (1983): la voce del Thin White Duke risuona oltre l’emozionante e l’orchestra ne contrappunta la base vocale con una versione bellissima ed “espansa” che onora il «grande amico scomparso» – parole by Giorgio. Il finale non poteva essere diverso: Moroder esorta la platea a cantare, grida Call Me e parte il singolone scritto da Mister Ortisei con Debbie Harry aka Blondie che fece faville ai tempi di American Gigolo (1980) – selfie di gruppo sul palco, lui che se la ride sornione e il pubblico oramai sbracatissimo, in senso buono, che più di così non avrebbe potuto godere. Giorgio Moroder, insomma, chiamatelo giorno e notte, che “Oh, oh, oh, oh, oh, amore, chiamami, chiamami/Oh, oh, oh, oh, oh, appelle-moi mon cherie, appelle-moi“. Che lui c’è, sempre!

Foto: © CoolMag

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