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Fred Neil – 38 MacDougal

«Esistono solo 2 voci che ho sentito nel corso della mia vita che nessun microfono può davvero catturare. Una è quella di Paul Robeson – e l’altra è quella di Fred Neil». Parola di Odetta, la scomparsa regina del folk americano. I “fratelli e le sorelle minori” di Fred Neil (1936-2001), lo sanno tutti o così dovrebbe essere in un mondo mediamente ben informato, sono tanti e importanti – molto importanti: David CrosbyIl mio idolo») e Tim Buckley, Joni Mitchell e Tim Hardin, Eric AndersenEra uno di quei geni che sono venuti giù dal cielo») e Tim Rose, Sixto Rodriguez e Neil YoungGuardo chi c’è nella Rock And Roll Hall Of Fame – e non c’è Fred Neil»), Bob Lind e Buzzy Linhart, Cyrus Faryar e Bonnie Dobson, Judy Henske e Mama Cass Elliot (Mamas & Papas), Barry McGuire e i Jefferson Airplane, Stephen StillsHo letteralmente copiato il suo modo di suonare l’acustica») e Dino Valenti (Quicksilver Messenger Service), Hoyt Axton e i Grateful Dead, Richie Havens e Jerry Jeff Walker, Jimmy Buffett e Tom Rush, Bobby Ingram e l’amica fragile Karen Dalton.

Fred Neil (1936-2001)

Detto in breve e usando il machete, negli anni 60 lui e Bob Dylan sono stati i cantautori americani più rispettati – certamente dai colleghi i più imitati, i più ammirati. Con diversi percorsi in termini mediatici: His Future Nobel Bobness lanciato alla conquista di tutto e di tutti; Freddy, da buon frequentatore “dell’altro lato di questa vita”, in decisa forma underground, nascosto all’ombra di un carattere introverso e probabilmente assai poco competitivo, di una passione sfrenata per l’eroina (sebbene un suo vecchio amico affermò, fulminante, che «Più che un tossico, Freddy delle droghe era un intenditore») e per quella per i delfini, che fino alla morte resterà in verità la sua principale occupazione, tanto che fondò il Dolphin Research Project. Figura il cui culto, state ben attenti!, è sbocciato anche in insospettabili quali Nick Cave e David Bowie – quest’ultimo, per esempio, fa malcelato riferimento a The Dolphins, 1 dei classici di Neil, nella sua celebre “Heroes” (“Like the dolphins, like dolphins can swim…”).

Il cantautore di Cleveland con Vince Martin, 1964

Ogni tanto, da quello che è un passato oscuro quanto leggendario, di quelli che Youtube spiacenti-non-c’è-niente ma se volete saperne qualcosa esiste una pingue bibliografia trasversale fatta per fantasticare (nei rispettivi libri biografici di Dylan, di Havens e di Crosby trovate intere pagine a lui dedicate, per esempio – e giusto un paio di anni fa Peter Lee Neff ha pubblicato l’eccellente e certosino That’s The Bag I’m In, consigliatissimo) – dicevamo, ogni tanto spunta qualche registrazione che rimpingua la sua esigua discografia. Discografia che è poca roba se si misura l’influenza esercitata da Neil: Tear Down The Walls (1964 – condiviso con il suo storico pard, Vince Martin), Bleecker & MacDougal (1965), Fred Neil (1967), Sessions (1967) e il live/scarti-di-studio Other Side Of This Life (1971) – da allora poco o niente, vedi dischi abortiti durante gli anni 70, come 1 con John Cipollina dei Quicksilver Messenger Service nonché ben 2 album di cover per la Columbia custoditi o persi chissà dove; e giusto qualche concerto, tipo qualche uscita con Martin, un benefit in favore degli amati delfini con tanti degli amici/ammiratori già citati e un’apparizione al Montreux Jazz Festival in Svizzera, probabilmente unica in Europa della sua carriera, con il promoter Claude Nobs che fece carte false per averlo in cartellone all’edizione 1975. Ma eccoci, dunque, a 38 MacDougal (Delmore Recording Society) – che, diciamolo a chiare lettere, è imperdibile!

Fred Neil con Bob Dylan e Karen Dalton, Cafe Wha?, febbraio 1961

Flashback. 1965. Siamo agli studi Mastertone in quel di New York City, dove Neil schermaglia ogni minuto con il produttore Paul Rothchild (Paul Butterfield Blues Band, Doors, Janis Joplin) durante le session per quello che sarebbe stato il suo album di debutto in solo, Bleecker & MacDougal – produttore che poi con saggia mossa del boss dell’Elektra Jac Holzman, per evitare ulteriori attriti, sarà sostituito da Gordon Anderson. Per la cronaca, Rothchild definì Neil un total scumbag – un completo sacco di merda. Temendo che Fred non sarebbe tornato in studio, il suo amico e chitarrista Peter Childs lo invitò nel suo appartamento al numero 38 di MacDougal Street, pieno cuore del Greenwich Village. Secondo Childs, «La migliore possibilità di riaverlo non sarebbe quella di convincerlo a tornare in studio – ma di andare al mio appartamento a scaricare la tensione strimpellando un po’ fra amici». Detto, fatto. E quell’occasione, come per magìa, si presenta a noi intatta, come allora fu catturata da un Ampex reel to reel – soprattutto, però, svelando un pomeriggio di puro Fred Neil, che suona e canta nel modo che ha sempre preferito: non in palco o in uno studio di registrazione, ma in un ambiente informale tra amici.

La copertina di Bleecker & MacDougal (1965)

8 i pezzi in programma, di cui la gran parte usati in Bleecker & MacDougal – a cominciare da una bellissima Little Bit Of Rain in slow motion, proseguendo poi con con la vera magìa di numeri incantevoli come Country Boy, Gone Again, Candy Man (in prima istanza scritto per Roy Orbison) e Travellin’ Shoes, tutti capaci di prendere la passione per grandi nomi quali Hank Williams, Josh White, Leadbelly, Bob Gibson e Johnny Cash vestendola di un’aura mercuriale e impalpabile che fanno un esemplare unico dell’artista di Cleveland, Ohio (ma trapiantato nelle Florida Keys). Stesso discorso per le cover, tutte traditional, fissate in un questo prezioso nastro: Once I Had A Sweetheart, forse “rubata” a Joan Baez e giocata con contagiosa voce baritonale e tocchi alle corde sottilmente raga; Sweet Cocaine, più cadenzata rispetto a quella immortalata un paio d’anni dopo nel magnum opus Fred Neil; e l’ammaliante spiritual Blind Man Standin’ By The Road And Cryin’ (probabilmente imparata proprio grazie al folkbluesman Josh White), con il protagonista in profonda, magica e personale performance e il companion Child che asseconda con pennellate più che perfette. A conferma di quello che andava dicendo Bob Dylan: «Fred Neil era praticamente intoccabile». Immaginiamo, agli occhi del celebre amico-ammiratore, per emozione e arte dell’esprimersi.

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