Succube del suo vizio atavico d’inventare generi e coniare neologismi, 30 anni fa la critica inglese appiccicava alla 26enne Beth Orton e al suo 2°, bellissimo album Trailer Park l’etichetta folktronica sintetizzando in quella crasi i 2 principali riferimenti stilistici del disco, folk britannico ed elettronica. 7 album dopo e nell’anno di grazia 2026, quella definizione suona obsoleta e stantìa, anche se i grandi amori di Beth, reali (il marito e cantautore americano Sam Amidon, rigoroso e virtuoso neotradizionalista) e virtuali (Bert Jansch, John Martyn, il da poco scomparso William Orbit), restano legati a doppio filo a quei mondi.

Nel frattempo, la sua personalità musicale è cresciuta assumendo contorni più sfuggenti ma anche più singolari, ben ritratti nei 2 scatti in bianco e nero (un primo piano e una figura intera) che decorano la copertina di The Ground Above, opera della fotografa polacca Kasia Wozniak: artefice, anche, delle immagini pubblicate sul recente In Times Of Dragons di Tori Amos. Trasmettono perfettamente, infatti, il mood spettrale e fantasmatico di «un disco costellato di paradossi», come sottolinea nelle interviste la stessa cantautrice nata nel Norfolk e oggi residente con Amidon e i loro 2 figli a Londra. Nato in una sorta di «stato di dormiveglia e di sogno consapevole», impalpabile eppure anche molto “ fisico ”, come illustrato anche dal video di 1 dei brani di punta, Cigarette Curls: una canzone che, come ha spiegato Beth a Lee Campbell di Under The Radar, «abita davvero il mio corpo, e che sento dentro piuttosto visceralmente».

Nel filmato in bianco e nero, lei e altre 2 figure si muovono al ralenti in uno spazio minimal come sculture viventi, levando al cielo le braccia, appoggiandosi plasticamente a una parete o danzando al ritmo di un fascinoso downtempo con coro celestiale, fiati e aromi di trip hop: nel delicato intreccio di suoni il Wurlitzer di Orton, il pianoforte di Sam Beste, il basso di Tom Herbert, la batteria di Chris Vatalaro e le congas di Mauro Refosco, s’incrociano con ben 3 chitarre elettriche suonate da Grey McMurray, da Leo Abrahams e – non a caso – da Adrian Utley dei Portishead, vecchio amico presente in 4 brani dell’album e che nell’outro del pezzo scandito dai tasti del piano e da un loop elettronico s’inerpica su sentieri dissonanti fra feedback e distorsioni, mentre fra i riccioli di fumo di una sigaretta e «una risata che arriva direttamente dalla terra», Beth canta del tempo che ti piomba addosso e poi altrettanto improvvisamente s’allontana dopo aver scandito con lentezza lo scorrere della vita e delle cose.

È un’immagine che calza perfettamente a tutto il disco, frutto di un lungo processo di digestione/elaborazione che è durato quasi 1 anno e che a Beth ha quasi prosciugato ogni energia. Registrato fra Londra e New York con 2 team di musicisti diversi; e che tuttavia nelle sue opache stratificazioni sonore, nell’intelaiatura elastica delle canzoni e nei testi conserva una sorprendente coerenza di fondo: le domande che dissemina sono sempre più importanti delle risposte, perché come dice la londinese Tracey Emin, apprezzata per le sue opere d’arte autobiografiche ed esistenziali, «non si va da una veggente per farsi dire ciò che sai già». Nella title track che apre l’album, Orton posa non solo la pietra angolare del disco ma sintetizza anche l’esperienza dei suoi primi 55 anni di vita, quella «selvaggia invincibilità che mi ha tenuta al mondo rischiando a volte di uccidermi per gran parte della mia infanzia e fino a poco dopo aver compiuto i 30 anni», oggi bilanciata dall’equilibrio mentale che gli assicura la sua vita familiare.

Beth Orton

Quegli 8 minuti e ½ in cui la voce esordisce dopo una lunga introduzione strumentale, sembrano messi lì apposta per dissuadere gli ascoltatori frettolosi, distratti e occasionali: come a sottolineare che occorrono pazienza e concentrazione per entrare in quel mondo diafano e onirico, sospeso fra terra e aria, fra sogno e realtà; per apprezzare quel sostrato galleggiante di suoni acustici ed elettronici riverberati, per aprirsi a quelle melodie circolari e a quel timbro vocale fragile, stremato e tremolante che sembra lottare dal primo all’ultimo minuto per non farsi sopraffare dall’emozione. Con buona pace dei critici inglesi, stavolta non ci sono etichette da affibbiare perché ambient pop, folk, jazz ed elettronica si mescolano in una musica peculiare, a tratti non distante da certi universi sonori esplorati da Beth Gibbons (riecco i Portishead), da David Sylvian (la tromba di Christos Stylianides ricorda molto quella di Jon Hassell) o da Peter Gabriel (le ondeggianti trame percussive di Celestial Light e di I’ll Miss You).

Ma la cifra di Beth è sua e sua soltanto. Lo è anche nella lenta e vaporosa Before I Knew, a completare un trittico iniziale che da solo supera i 20 minuti di durata e in cui si sente anche il violino di Amidon. In Love You Right, con il suo pianismo delicato; e nella “ vulnerabile ” Waiting, dove da un flebile sussurro iniziale prende forma un fascinoso groove jazzato con intervento finale di un coro che rinvigorisce anche la partitura in crescendo di Otherside, l’ultimo e orchestrale capitolo del disco in cui Orton si abbandona a una catartica vocalità quasi soul blues («Canto a squarciagola per la mia libertà, per la mia vita, per un altro giorno») mentre si augura che chi ha visto precipitare ce l’abbia fatta a passare la notte. Imperniata su un semplice riff di pianoforte suonato da lei stessa, secondo Beth ha qualcosa della beatlesiana Dear Prudence e un’atmosfera che evoca certe cose di David Bowie e dei Mott The Hoople. «Non è solo una canzone triste, ma anche una canzone energica», elevata al suo stato di trascendenza dal beat percussivo e dall’outro al basso di Shahzad Ismaily, che nel disco è un’altra presenza importante con il suo corredo di chitarre acustiche, flauto, sintetizzatori e percussioni. È la tappa finale di «una presa di coscienza del fatto che dolore e amore sono 2 certezze parallele», come Orton ha spiegato nelle note che hanno accompagnato la pubblicazione dell’album alla fine del giugno scorso.

Oggi che non è più sotto i riflettori come 30 anni fa, può permettersi 1 album coraggioso, meditato e fuori dagli schemi, che Jett Tattersall su Women In Pop suggerisce d’ascoltare in «immersione: in una vasca da bagno, in una buca sottoterra, sotto una coperta, o quando si è in uno stato d’animo consono». Può essere un’idea, per 1 disco che non esplode mai ma che implode continuamente sotto traccia, creando sobbalzi cerebrali ed emotivi altrettanto potenti.