La cantautrice americana Alela Diane vive a Portland, in Oregon, con il 2° marito e le 2 figlie, in una grande casa vittoriana del 1892 tuttora in restauro, circondata da una fitta vegetazione e da ½ acro di terreno con un orto e una vecchia vasca da bagno in giardino. Non sapendo dove andare a registrare il suo 7° album solista, ha accettato il suggerimento del batterista Danny Austin-Manning, incontrato poco tempo prima in una sala di incisione della sua città. «Registralo a casa tua», gli ha consigliato il nuovo amico, coinvolgendo nel progetto anche il chitarrista, pianista e fonico Sam Weber, incaricato di trasportare attrezzature e strumenti su per le ripide trombe di scale che portano all’attico del 3° piano.
Lì, fra il 4 e l’8 agosto dell’anno scorso Alela, Danny e Sam, insieme al bassista/contrabbassista Sebastian Owens, hanno registrato le tracce base di 11 canzoni: dal vivo e senza ricorrere a «click track, trucchi o altri fronzoli». Altri 5 giorni, sempre in agosto, sono bastati per aggiungere le sovraincisioni di voci e strumenti di altri vecchi e nuovi sodali: Peter Lalish dei Lucius, cui la cantautrice si era rivolta qualche tempo prima per prendere lezioni di chitarra; e la cantautrice Anna Tivel, coinvolta nel progetto dopo un invito a prendere un tè pomeridiano. Ma anche Kati Claborn e Luke Ydstie dei Blind Pilot (e degli Hackles) e AC Sapphire, altri nomi di pregio dell’indie-folk locale. Tutti riuniti in cerchio a cantare, pizzicare corde, premere tasti e soffiare nelle ance mentre i microfoni catturavano anche i miagolii di Maggie, 1 dei pet di famiglia.

Alela Diane
Tra mensole di legno, antiche suppellettili, vecchie fotografie, animali, piante, fiori e altri oggetti d’arredamento opportunamente schermati è nato Who’s Keeping Time?: disco armonioso, accogliente, familiare e artigianale com’era nelle premesse. Un album in cui la qualità del songwriting conta quanto il sentire comune di musicisti scossi in quei giorni da un lutto collettivo che ha colpito l’intera comunità musicale: la morte di Michael Hurley, folk singer che aveva mosso i primi passi nel Greenwich Village newyorkese degli anni 60, ma che dell’Oregon aveva fatto la sua terra d’adozione e che della Diane era stato un affettuoso mentore.
È suo il saluto che si ascolta in segreteria telefonica all’inizio di Spring Is A Fine Time, tenero omaggio funebre al musicista, pittore e fumettista che se n’è andato il 1° aprile 2025, in primavera: la stagione della luce, della fioritura e della rinascita e che per questo motivo, come ad Alela ha detto un giorno una sua amica fiorista, è forse il momento migliore dell’anno per morire. Cosicché il dolce fischiettìo che accompagna la canzone non è 1 sordo e spettrale lonesome whistle alla Hank Williams; piuttosto 1 motivetto delicato e spensierato come quello che all’inizio del disco, in California, accompagna la protagonista durante un viaggio di ritorno a Nevada City (la città dov’è nata 43 anni fa), mentre al di là del finestrino come nel più classico dei road movies scorrono in rapida sequenza colline dorate baciate dal sole, distese di calendule e ricordi annebbiati di un lontano passato.

Ci sono raramente personaggi e situazioni di fantasia nelle canzoni della Diane, molto più spesso autobiografia e fatti realmente accaduti. E così i grandi spazi californiani in cui ha vissuto la sua infanzia e la sua adolescenza intitolano e incorniciano anche Wide Open Spaces, in quell’idioma country-folk tradizionale che Alela ha imparato dal padre musicista Tom Menig e che qui utilizza per raccontare frammenti di vita vissuta con il fratello. Rapporti familiari, natura, piante, fiori, specie animali e grandi paesaggi americani sono sfondi e contesti ricorrenti in tutto il disco, nella copertina e nei testi delle canzoni. La Diane immagina Hurley reincarnarsi in 1 corvo, in 1 oca o in 1 avvoltoio, mentre nel pigro e bellissimo country soul di My Own Time, con 1 piano elettrico alla Spooner Oldham e 1 stringato assolo di violino, invita con la sua bella voce strutturata come un buon vino californiano a “ non dimenticare di uscire di casa per ascoltare il vento e respirare l’aria fredda ”. In Could Be, eterea e sensuale, espone poco dopo la sua visione magica e panteista della vita con delicatezza e grande ispirazione.
Tante canzoni si aprono con il suo delicato fingerpicking alla chitarra acustica, perché è così che sono nate. L’ombrosa Galloping, ad esempio, con il clarinetto basso di Owens e una sequenza febbrile di sogni e incubi che l’autrice ha vissuto mentre era costretta a letto da una malattia. Oppure Dusty Roses, con quel ritmo che sale d’intensità mentre si acuisce l’amarezza nel ricordo di una “ ragazza perduta ”: una vecchia amica inciampata in una serie di sfortune e di scelte sbagliate. O ancora Piss, Coffee, Blood Or Wine?, un midtempo pianistico con belle armonie vocali dove una pozza liquida sul selciato e di dubbia origine (“ piscio, caffè, sangue o vino? ”) innesca domande esistenziali senza risposta e diventa la metafora di una civiltà in degrado in cui regnano indifferenza, avidità e violenza.
I pezzi mantengono quasi tutti una velocità di crociera, misurata e costante, trasmettendo un quieto senso di movimento perché “ tutto è in moto perpetuo e tutti siamo solo di passaggio ”. Il tempo che passa inesorabile e la fragilità dell’esistenza sono il tema centrale di Who’s Keeping Time, che in Fragile As A Flame, abbellita da un emozionante ingresso finale degli archi, rinforza la consapevolezza del fatto che ogni luce prima o poi si affievolisce. Eppure di luce questo disco è intriso, forse perché è il poco tempo a disposizione a insegnarci quanto la vita sia preziosa. Quanto sia importante costruire un rapporto con le persone amate (nella rarefatta To Be Kind una madre prega la figlia di essere gentile con lei) e accettare il passaggio di consegne fra le generazioni: in Endless Waltz, il capitolo finale, 1 coro angelico e spettrale accompagna l’ultimo valzer dei nonni di Alena prima del loro commiato dalla vita terrena. È un’immagine malinconica, ma anche pregna di grazia e di tenerezza, come questo disco in cui la Diane celebra il suo ritorno in una comunità da cui si era un po’ allontanata, la ritrovata voglia di «vivere e di fare musica». E di comunicare con il mondo che le sta intorno.
