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Christopher Makos.Polaroids.di Giuseppe Mastromatteo «Il più moderno fotografo d’America». L’ha definito così, Andy Warhol. E lui, per Andy, è stato molte cose: amico di quelli sinceri, assistente personale, fotografo per la rivista Interview, inseparabile compagno di viaggio a Pechino, Parigi, Aspen, Londra e fino a Milano, nell’87, per l’ultima mostra che rivisitava L’Ultima Cena leonardesca. Christopher Makos è di nuovo a Milano, da Photology, che lo ospitò nel 2004 in coincidenza con la retrospettiva di Warhol alla Triennale e le foto di Billy Name e Gerard Malanga alla Galleria Carla Sozzani. È protagonista della personale e dello splendido volume intitolati Polaroids. Padre greco, madre di Grosseto, l’adolescenza vissuta a Punta Ala e in California, Makos ha scattato Polaroids alle facce (Lou Reed, Patti Smith, O.J. Simpson, Debbie Harry…) che 20, 30 anni fa bazzicavano la Factory e spremevano le notti allo Studio 54. A oggetti (in apparenza) senza significato. Momenti presi dal nulla. Primi piani di corpi nudi. Tutto rigorosamente documentato. Inedito. Raccontato dal fotografo in questa intervista esclusiva.
«Le 200 Polaroid che ho scattato a New York negli Anni ’70 e ‘80 le avevo chiuse in una scatola e dimenticate. È stato Davide Faccioli, titolare di Photology, a recuperarle un anno fa nel mio studio. Sono il succo dell’istante, l’immediatezza, l’imprevisto. All’epoca, scattare Polaroids non solo significava “essere alla moda” ma conservare qualcosa di più intimo da condividere con gli amici più cari, non col mondo intero. Oggi, al contrario, tutto ciò che hai fotografato finisci per ritrovarlo su YouTube, Facebook, Twitter… E non è la stessa cosa». Il dadaista Man Ray si è rivelato importante nella tua carriera, vero? «Fu Luciano Anselmino, il suo gallerista, a farmelo conoscere a Fregene. Ed è stato là, nel ’75, che gli ho scattato un paio di istantanee. Sotto l’ombrellone. Un anno prima che morisse». Mi risulta che tu abbia studiato architettura a Parigi… «Certo, e le mie prime foto le ho cliccate al grattacielo della Pan Am di New York mettendo a frutto quegli insegnamenti. Tutti i miei scatti, se li osservi con attenzione, hanno una forma architettonica: che si tratti di paesaggi urbani, umani o floreali. Nel mio caso, l’occhio dell’architetto ha sempre coinciso con l’occhio del fotografo. Quando vado a Bilbao, la prima cosa che colpisce la mia attenzione è la forma del Guggenheim Museum di Frank Gehry. E se volo a Pechino, lo sguardo inevitabilmente si posa sui grattacieli. Tutto ciò ha influito sul mio modo di inquadrare l’immagine; di organizzarne gli spazi come succede in architettura». Fra gli innumerevoli libri che hai pubblicato, White Trash tratta di musica. «Attraverso i ritratti di artisti quali Richard Hell, Patti Smith, Blondie e Talking Heads, ho voluto focalizzare la scena newyorkese di fine Anni ‘70. L’anarchia ribelle del punk, suonato in locali come il CBGB’s e il Max’s Kansas City, era l’antidoto alla discomusic di Donna Summer che andava in scena allo Studio 54. Non ho nostalgia di quel periodo. La memoria, semmai, è dentro quelle foto». Dove risiedi, a New York? «Nel West Village, in Perry Street. Sono il vicino di casa dello stilista Calvin Klein e della fotografa Annie Leibovitz». Cosa mi racconti di Andy Warhol? «L’ho incontrato per la prima volta ’71 a una retrospettiva al Whitney Museum, dopo averlo scoperto negli Anni ‘60 attraverso gli scatti che lo vedevano in posa accanto alla “musa” Edie Sedgwick. Sfoggiavano gli stessi capelli argentei, la stessa t-shirt a righe, gli stessi occhiali da sole per mostrare quanto fossero e caratterialmente simili. Mi è sempre piaciuta l’idea della Factory come laboratorio creativo, ma non ho mai fotografato Andy mentre dipingeva là dentro. Né mi sono mai considerato un suo fan, o un frequentatore di quel circo Pop, al contrario di Joe Dallesandro, Ingrid Superstar, Holly Woodlawn e altri nomi che gli ruotavano attorno». È vero che gli hai presentato Jean-Micheal Basquiat e Keith Haring? «Prima Keith e successivamente Jean-Michel. Sono orgoglioso di averli conosciuti, e non ho bisogno di vedere films come Basquiat di Julian Schnabel con David Bowie che interpretava Andy, per trovare ulteriori testimonianze di quegli anni. Schnabel non ha mai fatto parte di quel mondo che io invece ho vissuto in prima linea. Ci è arrivato alla fine, eppure ha avuto la pretesa di raccontarcelo». Fra i tuoi scatti più famosi c’è quello di Andy che bacia John Lennon… «Era il giorno di San Valentino del ‘79. Lennon venne a trovarci alla redazione di Interview e c’era anche Liza Minnelli. All’improvviso, Andy schioccò un bacio sulla guancia di John, poi si fece baciare sulla bocca da Liza. Sfruttai l’attimo fuggente e li fotografai. Tutto qui». Che opinione ti sei fatto dei nuovi fotografi? «Non mi piacciono. Sono tristi, artefatti e non conoscono l’insegnamento dei grandi maestri. L’unica cosa che riescono a fare è costruirsi un’identità con marchi tipo Gucci o Prada. Il che vuol dire che non vedo nuove Cindy Sherman, all’orizzonte». Una fotografia, per essere perfetta, quali requisiti deve avere? «Non esistono foto perfette. Dovremmo definirle, semmai, testimonianze di storie che altrimenti si ridurrebbero a ricordi sfuocati». Hai saputo che la Polaroid sta per tornare in circolazione? «Mi fa un gran piacere. Il Summit Global Group, nuovo licenziatario del marchio, sta per lanciare sul mercato una nuova versione della macchina fotografica istantanea». New York è ancora una destinazione obbligatoria, per chi ama l’arte? «Non più. È la Spagna, oggi, che secondo me detta legge. Se i francesi sono conservatori e voi italiani guardate troppo al passato, gli spagnoli sanno sperimentare. Non date retta a chi sostiene che sono rimasti aggrappati ai quadri di Picasso... I cinesi, invece, sono vergini: non hanno ancora un’idea precisa di cosa fare con l’arte, ma Pechino è quello che è stata New York negli Anni ’70: una grande officina di talenti. Consiglio di andare là». Prossimi progetti? «A Barcellona, entro il 2010, ci sarà una mia grande mostra. Ed è previsto un nuovo libro fotografico: Lady Warhol. Ho 61 anni e mi sento più che mai attivo e motivato. Voglio divertirmi e sperimentare ancor più che in passato. E a chi mi domanda se sento la mancanza di Warhol rispondo di no, perché è sempre vicino e intorno a noi. Spesso, ripensandolo, sono felice di aver condiviso con lui il cattolicesimo. Ed essere uomini di fede, ci ha permesso di intendere e “fotografare” allo stesso modo la vita». Christopher Makos Polaroids Fino al 15 gennaio, Photology, via Moscova 25 (interno cortile), Milano tel. 026595285 Christopher Makos, Polaroids, Photology, 200 pagine, € 65 www.photology.com www.makostudio.com CoolMag Tube: http://www.youtube.com/watch?v=n5o1qj4uedg Foto: Makos July, New York City, 1975 Andy’s Face With Camera, New York City, 1978 © Christopher Makos/Courtesy Photology, Milano
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