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Andy Warhol.Ultimo domicilio conosciuto.di Giuseppe Mastromatteo A New York l’aria è pulita. L’Hudson river, che bagna i 3 lati di Manhattan, è fondamentale per la metropoli e per chi quotidianamente la vive. Spazza via le impurità con la sua forza incessante. La limousine che la produzione fotografica ha mandato all’aeroporto è lunga. Decadente. Seduto sui sedili disposti a file per 2, provo un senso di disagio e i miei occhi si fermano sul finto telefono che non funziona e sul frigobar (spento) che nasconde bicchieri non troppo puliti. New York (dimostrazione che si può essere qualcuno con qualsiasi mezzo) passa anche attraverso una supermacchina nera. Il viaggio è di un’ora, per raggiungere White Street a Soho. Il mio, di viaggio, dura invece da 10 ore. Forse da 2 anni. Nel 2005 ero seduto esattamente su una limousine come questa, e il tempo era tale e quale. Solo 25 gradi in più separano le 2 immagini nella mia testa. Dovrei andare in albergo, fare il check-in, una doccia, aspettare il cliente nella hall, fare 4 passi fino a Nolita (North Little Italy), chiacchierare di quanto è bella N.Y., andare fino all’Apple Center e poi prendere un taxi di nuovo fino al Tribeca Grand Hotel, per una nuova doccia prima di cena. Il mio cliente me lo chiederà, ma anticipo tutti nella limousine: “Ehr…ragazzi scusatemi, ma ci vediamo alle 9 nella hall. Devo fare una commissione importante, ok?”. Immaginavo una reazione più sorpresa. Ma una volta qui, tutto è concesso. Come la città più imprevedibile. Perché non dovrebbero esserlo anche le persone che la attraversano? Nel frattempo passa tutto in sottovoce, tutti alle prese con sms, telefonate/modello “…sì, bene! No, non ha ballato… solo verso la fine…ma ho preso le goccine e non ho sentito nulla…qui sono le 2 del pomeriggio…anche tu mi manchi…ci sentiamo dopo… baci”. Gli abitanti della macchina hanno tutti gli occhiali, il mio cliente è un noto produttore di occhiali da sole e il motivo della mia visita newyorkese è scattare foto per bellissimi e coloratissimi occhiali indossati dalla top model del momento con altrettanto famoso fotografo figo, barbalunga, finto-trasandato, con Mercedes cabrio nel sotterraneo. Scendo e saluto tutti. Baci. White Street. Eccomi qui. Forse dovrei andare in bagno, ma niente. Posso farcela.
Taxi. Taxiii? Taxiiiii? Hello? “Hi men! Where do u wanna go?”. E adesso che gli dico? “…ehrr…Hi man! Have to go in many different places…here are the addresses…and here are one hundred dollars for that…it’s ok for u?”. Mi spiego. Cerco almeno di fargli capire che non devo fare un tour della città. Il solito turista che ha ancora 3 ore a disposizione prima di ripartire… È un tour fissato da tempo. Scolpito a memoria in testa. Visitare tutte le Factory di Andy Warhol. “ANDY WHO?”. “Andy Warhol! The famous Pop artist! U know him?”. “No man, I don’t, but I know 100 dollars…where’re u from man? Spanish?”. Lascio cadere. Il taxista non si scompone più di tanto alla mia richiesta. Neppure io mi stupisco più di tanto del fatto che un uomo sui 25 anni, portoricano, non conosca Andy Warhol e le sue Factory. Devi essere un po’ malato come me, per stoppare davanti a una casa semi anonima e fotografare il portone col sorriso stampato negli occhi. Così succede davanti alla prima tappa: l’ultima casa di Warhol, 57 East, 66th Street. Di fine ‘800: portone laccato nero, perfetta nella sua ristrutturazione con 3 gradini per arrivare al citofono; e leggermente più su, una telecamera impossibile da toccare. Ci ha vissuto Andy dal ’74 all’87. Precisamente fino al 22 febbraio 1987. Cioè il giorno in cui morì, e con lui morì la Factory. 20 anni fa. Un decorso post-operatorio se lo portò via. I miracoli, se accadono, ti regalano una sola occasione. Come gli capitò nel ’68, dopo che Valerie Solanas gli sparò a 1 metro di distanza. 4 colpi di pistola. Ma si salvò. Un miracolo, appunto. Una volta sola, però. Appunto. Immagino l’interno di questa casa bellissima, oggi abitata da una coppia di avvocati (immagino) facoltosi e famosi che con grande eleganza hanno applicato proprio di fianco all’entrata una targhetta ovale rosso mattone: ”In questa casa ha vissuto Andy Warhol…dal 1974 al…”. La leggo e la rileggo. Dentro, quella mattina del 22 febbraio di 20 anni fa, c’erano accatastate opere sue e non (perfino 2 Canova). C’erano Campbell’s Soups negli armadietti della cucina, un sacco di crocefissi, parrucche di ogni bizzarra forma, scarpe consunte e sudicie di acrilici. Su quel palo, davanti casa, Warhol legava la sua bici. O taxi, o bicicletta, per muoversi. Oppure a piedi. Con sacchetti in mano pieni di qualsiasi cosa. Purchè inutile. Ma utile alla sua arte. Perchè tutto è arte. Anche una confezione di Brillo. O un barattolo di Campbell’s Soup. Chissà cosa pensano oggi quei ragazzi che nel ’62, in occasione della mostra alla Ferus Gallery di Los Angeles comprarono zuppe Campbell’s e le mostrarono ad Andy: “Hey Andy! Tu vendi i tuoi barattoli a 100 dollari l’uno! Questi costano solo 50 cents! E la chiami arte? Noi la chiamiamo truffa!”. Forse non ridono, oggi: le Campbell’s di Warhol vengono vendute a qualche milione di dollari. Sono trascorsi almeno 15 minuti. C’è chi mi guarda fotografare, guardando a sua volta la casa a lui sconosciuta. Qualcuno indugia con gli occhi sulla targhetta rosso mattone. E capisce. Poi prosegue immerso nei propri pensieri. Io provo invidia per la casa di fianco. E provo invidia per quegli anni. Per quella New York dei Sixties poco pulita, violenta, poco sicura. Oggi è meravigliosamente pulita e più sicura. E il P.S.1 Contemporary Art Center, affiliato del MoMA, è un’istituzione. Tutti attendiamo un nuovo inizio che solo qui può accadere: nella città dove una confezione di zuppa di pomodoro è diventata un simbolo dell’arte. Il tassista mi guarda annoiato. Anzi: guarda il cellulare e gli sms, e penso che Warhol ne sarebbe rimasto drogato, se fosse vivo. Avrebbe scritto e mandato sms a chiunque, ma soprattutto all’assistente/confidente Pat Hackett. Avrebbe scattato foto ovunque, con la macchina fotografica 3 megapixel. E avrebbe anche lui un ipod da 40 giga, e una digitale sempre pronta con 4 giga di memoria. E una minuscola telecamera digitale da infilare nella giacca di pelle. Amava registrare il banale, gli altri, se stesso, tutto è interessante. Il banale che diventa evento. Aveva ragione lui, Drella, coi suoi noiosissimi films dove la gente veniva ripresa per ore in una stanza senza che nulla accadesse. Apparentemente. Oggi, i reality shows dovrebbero menzionarlo nei titoli di coda. Pagargli le royalties. E poi avrebbe un plasma da 60 pollici sempre acceso. Come quando iniziò a dipingere nel ‘55, e la tv e i gatti gli erano sempre accanto. Questa casa, all’epoca, era lontana e troppo costosa. Ed erano lontane la fama e le opere che Andy regalava al direttore del MoMA. E venivano gentilmente rispedite al mittente. Portami al 1342 Lexington Avenue, chiedo al taxista. La prima casa, molto meno dispendiosa. Ripartiamo. Giriamo. Poi, uno stradone veloce e dritto che taglia in 2 la Big Apple. “10 minutes sir, just 10 minutes!”. Eccoci. Lexington ave. Vialone tipico di Manhattan, stores di qualsiasi genere. Solo una chiesa, all’angolo, riporta un po’ di romanticismo al quartiere. Scendo. Ma l’indirizzo è sbagliato. Sono al 1340, poi passo al 1346 ma non vedo il 1342. Entro in un pizza take away. “a slice of pizza, please”. Vado in bagno. Torno. Mi spiegano. Guardo fuori dalla vetrina un po’ unta (come questa pizza) e vedo la porta che cercavo. E penso subito che sono case molto belle. E penso che comunque Andy non se la passava proprio male, all’inizio. Oppure, all’epoca, case come queste non costavano troppo. Era il ‘63 e lui per la prima volta si trasferì in questa abitazione stretta e lunga su più piani. Diventò la prima Factory. La Silver. Qui iniziò a dipingere Campbell’s Soups e Brillo Boxes. Marilyns e Flowers. Divenne Andy Warhol e non più Andrew Warhola, illustratore pubblicitario. Amava passeggiare intorno al quartiere, e ogni domenica trascorreva un’ora a pregare nella chiesa qui all’angolo con la madre, donna devota a Dio. Julia visse con Andy in questa casa. Gli preparava pranzo e cena, gli lavava le camicie. Dava pareri sul giovane figliolo che muoveva i primi passi artistici. Guardo la porta e suono un campanello senza nome. Viene una ragazza, bionda e bella, ad aprire. (Io mi sento un po’ stupido). Le spiego il senso della mia leggera intrusione. Sorridendo, mi dice quanto le faccia piacere lavorare nella sede che fu di Warhol. Che oggi è uno studio di design e i fondatori sono 2 ragazzi sui quarant’anni. Sotto quella vernice messa nuova qualche mese fa, c’erano schizzi di vernice di Andy. Faccio qualche foto ma solo all’esterno. Non mi è consentito entrare. Osservo l’ingresso chiudersi e saluto. Vedo più volte dentro di me la scena, in bianco e nero, immaginandola quarant’anni fa. Union Square. Siamo arrivati. Tappa doppia: 33 Union Square e 860 Broadway. Qui Warhol lavorò dal ‘67 fino al ‘73. Due Factory nel giro di pochi anni. Gli anni della maturità, del successo, delle frequentazioni famose. Gli anni di Interview. Qui, una mattina del ’68, arriva un’ambulanza e si porta via Andy in fin di vita. La Silver Factory, con queste 2 nuove sedi, si trasforma in Glamour Factory. Andy riceve, scatta foto e realizza quadri su commissione. Apre Interview, che diventerà la rivista più “in” d’America. Al 33 di Union Square bisogna guardare in alto. Il palazzo è bellissimo, fine ‘800. Eccola là al 6° piano, la Factory. Grandi vetrate e spazi immensi. Il doorman, all’ingresso, è un uomo di colore. Gli domando della Factory: “…Was long time ago man. I’m old, I’m 72 now. Don’t remember. But now, no more Factory”. Riesco però a sapere qual è oggi la destinazione di quello spazio: uno studio di architetti. Di fronte c’è 860 Broadway: rimane solo l’indirizzo di quello che fu il palazzo originario. Indirizzo dove Andy e la Factory rimasero più a lungo: dal ‘73 all’84. Oggi è un grosso edificio che fa angolo con Union Square sede di assicurazioni, banche, dotcom. Nessuna traccia di Factory. Nemmeno al caffè proprio sotto l’860. Nessuno sa niente. New York dimentica in fretta e poi riparte. Il taxista mi guarda. E continua a non capire il senso di questo tour. 22 East, 33rd Street. Ci mettiamo molto. Non trova l’indirizzo. È una strada molto stretta e a senso unico. Anche qui, non trovo il numero: c’è il 24, c’è il 20 ma non il 22. Chiedo ad alcuni cinesi che gestiscono un ristorante proprio al 24. Nulla. Guardo e riguardo, accorgerdomi che fra il 20 e il 22 c’è un cancello posticcio, legato con della corda. Mi avvicino e cerco di capire. Dallo spiraglio intravedo un enorme buco e macerie abbandonate da tempo: era il 22. La Factory di Warhol non esiste più. Da anni dovrebbero costruire un nuovo building. Il taxista mi attende all’angolo sempre più perplesso. Ma non fa domande. Siamo diretti al 158 di Madison Avenue. L’ultimo studio di Andy. Palazzo ristrutturato da lui. Bianco, con un grande laboratorio sul retro. Qui dipinse The Last Supper. Non riesco a capire che genere di destinazione d’uso abbia oggi. Ci rimango 10 minuti, giro intorno al quartiere e i miei pensieri si mescolano alla bellezza di New York e a un passato che non esiste più. Osservo i palazzi: testimoni solitari di ciò che c’è stato e di ciò che verrà. “White Street…Tribeca Grand, thanks”. La direzione è l’hotel. Check-in, poi doccia, prepararmi per la cena e incontrare il fotografo. L’ipod che suona Run Run Run dei Velvet Underground. E ancora Run Run Run. Fino all’hotel. 100 dollari al taxista. In camera, di nuovo Velvet e I Can’t Stand It. Prenoto la cena. Ristorante giapponese Hedeh, al 57 di Great Jones Street. Siamo in 6. Alle 9. Mi faccio lasciare dal taxi nel quartiere vicino al ristorante. Ho voglia di camminare un po’. Muri pieni di graffiti, ovunque. Ordiniamo sushi e sashimi, birra giapponese. Il tavolo è vicino alla toilette. Chiedo al proprietario il motivo, visto che il locale è semivuoto. Mi risponde che dove ci ha sistemati, una volta, c’era il letto dove dormiva Jean-Michel Basquiat. Fine giornata. Sono finalmente riuscito a entrare in una location da storia dell’arte. www.warhol.org Foto: Self-Portrait, 1966/1967 L’ultima abitazione di Andy Warhol, 57 East, 66th Street, New York/Giuseppe Mastromatteo, 2007
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