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TroppiLibri (ovvero le confessioni di un lettore caotico)

di Nepo Doppeltec

Qualcuno dei miei fedeli lettori avrà già capito che i libri di cui parlo non sono i soli che leggo e neppure, necessariamente, i più belli. Piuttosto, sono quelli che in un certo periodo rappresentano al meglio il mio vagabondare di "lettore caotico". E avranno anche capito, i miei lettori, che non vivo di solo leggere: bazzico cinema, spettacoli, concerti, eventi sportivi e soprattutto sono un accanito camminatore. Sì, uscire dalla città e muovermi in mezzo alla natura è la miglior terapia per ridare equilibrio alla mente. Perciò, i libri che testimoniano una simile predisposizione al movimento accendono sempre la mia curiosità. Di recente ho assistito alla singolare presentazione (girovagando per un paio d'ore in un'area di Milano, dal Parco Solari ai Navigli) di Camminando, la più recente creazione di Davide Sapienza che avevo conosciuto molti anni fa come esperto di musica. Si tratta di uno strano volumetto che contiene brevi scritti, foto e disegni: il tutto trasformato in impressioni (meglio: illuminazioni) su diversi viaggi programmati o piuttosto quasi imposti dall'intelligenza dei piedi. Prima di questo, Sapienza aveva già pubblicato altri libri-viaggi come I diari di Rubha Hanish, La valle di Ognidove e La strada era l'acqua (quest'ultimo me l'ha spedito in regalo, sapendo che ero un canoista). La sua scrittura, a tratti ingenua e a tratti misteriosa, mette continuamente alla prova il lettore: specie se non viaggiatore. Quando scrive, Davide sembra che cammini fra le parole e le trasformi in formule magiche. In certi momenti mi sembra di comprenderlo appieno, in altri no. Ho comunque il sospetto che sia sempre un uomo delle montagne, un primitivo camuno, un animista. Perciò sa cogliere la voce dell'universo, la poesia del movimento.

Il bisogno di tornare in rapporto con la natura mette spesso in crisi la mia esistenza d’abitante di una metropoli che come molte altre vive il declino post-industriale. Perciò ho affrontato un saggio come Apocalypse Town di Alessandro Coppola, che ha studiato a lungo le complesse problematiche di numerose città del Nord Est americano (Cleveland, Detroit, Youngstown, Baltimora, Buffalo…). Mentre alcune hanno conosciuto un drammatico svuotamento, altre hanno sperimentato varie strategie per arrestare il declino: dalle forme di agricoltura urbana, al riciclo degli stessi materiali di demolizione. Ma sullo sfondo resta l'impressione di un paesaggio umano angosciante, schiacciato sotto le macerie del mito del progresso e di un ideale di benessere che per la gente comune non si è mai realizzato. D'altronde, in tempi di crisi economica globale, non mi pare si respiri aria diversa nelle città europee.

Negli ultimi mesi, il mio gruppo di lettura ha deciso di esplorare le letterature meno conosciute del nostro continente e, considerando i temi trattati, c'è stato poco da stare allegri. L'ultima scelta è caduta su un romanzo dello scrittore estone Emil Tode, che s'intitola Terra di confine. Il protagonista è un giovane estone trasferito a Parigi per lavorare come traduttore, che scrive senza spedirle alcune lettere a un misterioso Angelo (che si rivelerà come il suo doppio). In queste lettere confessa tutti i suoi “crimini e misfatti” e tutto il risentimento che un immigrato dell'Est europeo prova verso il ricco Ovest. Nichilista, perverso e bugiardo, è un tipo che non fa davvero nulla per rendersi simpatico ai lettori. Tutto è già accaduto, la sua storia è finita prima dell'inizio del libro, ma lui continua a giocare con la memoria facendo scattare di tanto in tanto riflessioni illuminanti. Ad esempio: “Dimmi, Angelo... non ti fa orrore la storia? Non il fatto che a degli esseri umani sia stata e sia ancora tagliata la gola, ma che tutto questo non conti, che l'uomo sopporti tutto, tutto...”. C'è di che mettere in crisi un povero lettore caotico... Un giorno o l'altro mi deciderò a frenare la mia curiosità; e magari, a non leggere più romanzi contemporanei.

E allora, eccomi a cercare consolazione fra quei mattacchioni che a costo di non vendere una sola copia del loro esile volumetto conservano “il vecchio vizietto di andare a capo”: cioè i poeti. Felicità senza soggetto è l'ultima raccolta del milanese Mario Santagostini. I frammenti poetici con cui ripercorre la sua storia personale e quella di un secolo tramontato con la dissoluzione delle ideologie, hanno il pregio di un linguaggio essenziale e antiretorico. Una testimonianza spietata ma vitale, che evoca periferie ed esistenze marginali con immagini degne degli occhi di un pittore (non a caso nei suoi versi ne cita parecchi: da Vincent Van Gogh, a Mario Sironi). Beh, pur non avendo la cupezza di certi romanzi, anche coi poeti c'è poco da sorridere.

Se proprio devo cercare l'occasione (non direi per un sorriso, piuttosto per uno sghignazzo adatto ai tempi in cui viviamo) decido di tornare a un autore che venero da tempo: Bernard Maris, una delle vittime dell'assalto terrorista alla redazione parigina di Charlie Hebdo. Zio Bernard odiava, salvo poche eccezioni, la grande maggioranza degli economisti che con il loro linguaggio astruso e specialistico pretendono di difendere tutte le infamie della finanza e le “sacre” leggi del mercato. L'economia non è una scienza, continuava a ripetere. È un discorso senza senso al servizio del potere. Evasione fiscale, riciclaggio, corruzione, armi, terrorismo: tutte le finanze infette esigono la segretezza e non è difficile capire perché. Il suo Antimanuale di economia è l'unico libro sull'argomento che ho capito da cima a fondo... In questi giorni è apparsa postuma l'ultima fatica di Maris, Houellebecq economista, in cui col consueto “humour” difende l'amico romanziere: discusso e discutibile finché si vuole, ma senza dubbio geniale quando mette in mostra “la cancrena economica che pervade la nostra epoca”. Non mi sento di condividere tutto quello che appare su Charlie Hebdo, ma non verrà mai meno la mia gratitudine per Zio Bernard.

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